Il team di ricerca, guidato dal dottor Jonathan Gordon del Leverhulme Centre for Anthropocene Biodiversity, ha analizzato dati pollinici raccolti a livello globale, coprendo un arco temporale che va dall’inizio dell’Olocene, circa 12.000 anni fa, fino all’avvio della rivoluzione industriale. Lo studio ha rivelato che, mentre l’utilizzo delle terre da parte dell’uomo si intensificava, si verificava un’accelerazione nel tasso di cambiamento delle specie vegetali presenti nelle varie comunità, con effetti che variavano significativamente in base alla regione geografica.
In particolare, l’analisi ha dimostrato che nelle regioni dell’emisfero nord, l’attività umana ha spesso portato a un aumento della diversità vegetale. Questo è stato attribuito all’interazione tra le pratiche agricole e forestali e le specifiche comunità vegetali locali. Ad esempio, la rimozione parziale degli alberi per fare spazio a pascoli, colture e altre attività agricole ha creato nuovi habitat, favorendo la crescita di piante amanti della luce e aumentando così la diversità.
D’altra parte, in alcune aree come l’Africa, l’America del Sud e parti dell’America del Nord, l’intensificazione dell’uso del suolo ha avuto l’effetto opposto, riducendo la diversità delle specie vegetali. Questo suggerisce che l’impatto dell’uomo sulla biodiversità può variare notevolamente a seconda delle pratiche adottate e delle caratteristiche ecologiche locali.
Il professor Chris Thomas, anch’egli del Leverhulme Centre, ha sottolineato l’importanza di integrare la comprensione di queste dinamiche storiche nelle politiche di conservazione attuali e future. Ha evidenziato come, in molti luoghi, la biodiversità sia fiorita grazie a millenni di attività umana e come, conoscendo le specificità regionali, si possano formulare strategie di conservazione più efficaci.
Inoltre, il dottor Gordon ha menzionato che, in contesti come quello europeo, le pratiche agricole tradizionali a bassa intensità hanno contribuito a mantenere livelli elevati di biodiversità. Ha proposto di incoraggiare e reintrodurre queste metodologie tradizionali nei luoghi in cui sono state abbandonate, come parte di un approccio più inclusivo e variato alla conservazione, che consideri l’essere umano non solo come una minaccia, ma anche come un potenziale alleato nella gestione degli ecosistemi.