NAO e Neve in Italia: cosa dicono davvero i dati aggiornati
Esito della nostra ricerca, semplificata NAO negativa e neve in Italia: il legame esiste, ma i numeri non lo confermano La NAO, Oscillazione Nord
Esito della nostra ricerca, semplificata
NAO negativa e neve in Italia: il legame esiste, ma i numeri non lo confermano
La NAO, Oscillazione Nord Atlantica, misura la differenza di pressione sull’Atlantico e guida le traiettorie delle perturbazioni verso l’Europa. Da anni circola una regola: NAO negativa uguale neve, NAO positiva uguale inverno avaro.
I numeri dicono altro: quindici correlazioni calcolate fra indice e neve su tre stazioni alpine e due appenniniche: nessuna supera il test che esclude le coincidenze. Alla Diga di Gioveretto (Alto Adige, 1851 metri) e a Perrères (Valle d’Aosta, 1820 metri) il legame negativo c’è. A Gabiet, 2379 metri, sparisce. A Capracotta, nel Sud Italia, cambia addirittura segno.
Pesa anche il fatto che si misurino grandezze diverse: altezza del manto, neve fresca, giorni con neve al suolo. Manca il dato decisivo, l’acqua contenuta nella neve, senza il quale ogni conversione in metri cubi resta teorica.
Il confronto più suggestivo è ancora Gioveretto: 46,4 centimetri di manto medio con NAO positiva, 83,5 con NAO negativa. Quasi il doppio. Ma gli inverni negativi sono otto su trenta, troppo pochi per farne una regola.
Nel Nord Italia, in Piemonte, il calo della neve dipende soprattutto dal riscaldamento globale e dalla fusione anticipata. Servirebbero serie giornaliere validate e modelli matematici capaci di tenere insieme indice, temperatura e precipitazione.
Nelle giornate giuste la fase NAO negativa regala ancora nevicate memorabili sull’arco alpino. Ma il singolo evento e la statistica trentennale rispondono a domande diverse.
Per chi volesse approfondire, un PDF con i vari grafici della ricerca.
Approfindimento scienfico per i più esperti.
C’è una convinzione che circola da anni negli ambienti di ricerca scientifica di meteorologia: NAO negativa uguale neve, NAO positiva uguale inverno avaro di neve. Comoda, immediata, perfino elegante come schema, ma i numeri, quando li si mette in fila stagione per stagione, evidenziano un andamento più complesso. Un’analisi esplorativa – con l’ausilio da parte nostra si server americani – aggiornata al 5 settembre 2026 ha incrociato l’indice mensile del NOAA Climate Prediction Center con le serie nivometriche di cinque stazioni di montagna, tre sulle Alpi e due sull’Appennino, e il risultato è meno scontato di quanto ci si aspetterebbe.
Quindici coefficienti calcolati, nessuno che superi la correzione per test multipli al 5%. Detta così sembra una bocciatura dello schema, e in parte lo è, ma il punto interessante sta nel capire perché un legame che fisicamente esiste – e su cui abbiamo scritto più volte, per esempio quando stratwarming e NAO negativa si sono presentati insieme – si sfilacci non appena lo si chiede di diventare un numero affidabile.
Quindici correlazioni, nessuna che regga il test
Il quadro dei coefficienti è disomogeneo al limite del disordinato. Alla Diga di Gioveretto, in Alto Adige, a 1851 metri di quota, tra il 1997 e il 2019 l’altezza media del manto invernale e la NAO mostrano un r pari a -0,48: segno negativo, come vuole la teoria, e intensità non trascurabile. A Perrères, in Valle d’Aosta a 1820 metri, nel trentennio storico 1972-2001 si arriva a -0,47. Fin qui il copione della teoria viene confermato. Ma la Valle d’Aosta vive inverni differenti rispetto al resto dell’arco alpino italiano. Qui le perturbazioni che arrivano da ovest portano forti nevicate, mentre la parte rimanente delle Alpi si trova in ombra nivometrica, ovvero, niente neve.
Poi però si guardano le stesse stazioni valdostane nella finestra recente lo schema perde validità, ovvero quello di NAO negativa = neve. A Gabiet, 2379 metri, r vale +0,03, praticamente rumore. E a Capracotta, nel Molise a 1400 metri, il coefficiente per la neve fresca è addirittura positivo, +0,42, cioè di segno opposto rispetto alle Alpi. A Montevergine, in Campania, r è -0,02. Nulla.
Prooviamo a fare chiarezza: nessuno di questi valori sopravvive alla correzione Benjamini-Hochberg, la procedura che serve proprio a evitare che, calcolando quindici coefficienti, se ne trovi qualcuno “significativo” per puro caso. I valori p non corretti raccontano tutt’altra storia rispetto ai q corretti, e chi lavora con i dati lo sa bene. Nessun q scende sotto 0,05.
Cinque stazioni, quattro grandezze diverse
Un equivoco da sciogliere subito riguarda che cosa si sta misurando: altezza del manto, neve fresca cumulata, giorni con neve al suolo e acqua contenuta nella neve sono quattro grandezze distinte. Il manto nevoso medio di dicembre-febbraio descrive quanta neve c’è mediamente al suolo. La somma della neve fresca dice quanta ne è caduta. Poi c’è una condizione meteo poco considerata: può nevicare con forte intensità e fondere subito. I giorni con almeno un centimetro al suolo, contati da novembre a maggio, misurano la persistenza, ma sommano anche periodi nevosi separati da settimane di terra nuda.
L’acqua equivalente, quella che davvero interessa a chi gestisce invasi e acquedotti, nelle serie di stazione utilizzate semplicemente non c’è. Senza densità della neve misurata, ogni conversione resta un esercizio dimensionale.
Gioveretto, il caso che colpisce
Il confronto tra fasi, a Gioveretto, produce il numero più suggestivo dell’intera analisi. Nelle diciassette stagioni con NAO positiva il manto medio si ferma a 46,4 centimetri; nelle sei con NAO negativa sale a 83,5. Una differenza di 37,1 centimetri, con intervallo di confidenza individuale tra 12,8 e 60,9. Quasi il doppio di neve al suolo, insomma.
La neve fresca, che passa da 159,9 a 211,7 centimetri con un incremento del 32,4%, porta con sé un intervallo che va da -39,3 a 149,5 centimetri: compatibile anche con zero, cioè con nessuna differenza reale. Pochi inverni possono dominare un confronto di questo tipo, e nella finestra recente il gruppo degli estremi negativi contiene una sola stagione, il 2009/10, con valore -1,673. Un caso, non un campione. Chi segue le oscillazioni di AO e NAO durante l’inverno sa quanto rapidamente il quadro possa capovolgersi da un mese all’altro.
Tra il 1997 e il 2026 l’indice conta otto inverni negativi contro ventidue positivi. Uno squilibrio che da solo spiega buona parte della fragilità statistica.
Dalla neve all’acqua
La tentazione di tradurre centimetri in metri cubi è forte. La formula esiste, ed è banale: l’acqua equivalente in millimetri si ottiene moltiplicando l’altezza del manto in centimetri per la densità della neve in chilogrammi per metro cubo e dividendo per cento. Applicandola ai 37,1 centimetri di Gioveretto, con densità ipotizzata tra 200 e 400 chilogrammi per metro cubo, si ottengono da 74 a 148 millimetri di stock puntuale. Fissando la densità a 300, escono 111 millimetri.
Solo che quel numero vale in un punto, non su un bacino. Immaginare che 111 millimetri siano uniformi su 100 chilometri quadrati porterebbe a 11,1 milioni di metri cubi, ma è un’ipotesi non verificata, non una stima per un bacino reale. E anche ammesso che 100 millimetri extra siano ancora presenti a inizio fusione, con tassi netti di 5, 10 o 15 millimetri al giorno servirebbero rispettivamente 20, 10 e 6,7 giorni per scioglierli: uno scenario fisico, non un ritardo osservato.
Il deflusso dipende da pioggia, infiltrazione, evapotraspirazione, sublimazione, immagazzinamento nel suolo e gestione degli invasi. La neve può spostare acqua dall’inverno alla primavera senza aggiungerne nemmeno un litro sul bilancio annuo. Ed è la ragione per cui l’innalzamento prolungato dello zero termico pesa quanto e più della quantità caduta.
Il Piemonte, la quota e la stagione che ha fatto discutere
Sul Piemonte l’analisi non calcola coefficienti propri, ma riprende evidenze pubblicate. Quattordici stazioni storiche, da Lago Piastra a 960 metri fino a Lago Vannino a 2177, mostrano un’associazione inversa tra indice atlantico e manto nevoso, più marcata per la neve fresca alle quote medio-basse. Il calo complessivo, però, risulta legato in larga parte al Riscaldamento Globale e alla fusione anticipata, non alla circolazione atmosferica.
La stagione 2024/25 lo illustra bene: quarta più povera di neve fresca dal 1961, con deficit pesanti nei settori meridionali della regione. Attribuirlo alla NAO sarebbe una scorciatoia. Sul bacino del Toce, tra 2000 e 2500 metri, i coefficienti pubblicati per il 1° aprile si fermano a -0,31, e i valori alpini significativi arrivano al massimo a -0,55: in regressione semplice significa una varianza spiegata tra il 9% e il 30%. Varianza associata, non acqua causalmente attribuibile.
Sul lungo periodo i segnali di fondo restano quelli noti. Sull’intero arco alpino la durata del manto tra novembre e maggio cala del 5,6% per decennio nel 1971-2019; sull’Appennino, sopra i 1000 metri, si perdono circa 3,2 giorni di neve al suolo per decennio nel 1951-2001. Tendenze robuste, che nulla hanno a che vedere con la fase dell’indice.
Cosa servirebbe per chiudere davvero il cerchio
Un curioso controesempio merita una riga: a Perrères, nel benchmark 1972-2001, la durata del manto nelle sole stagioni con NAO negativa cala di 16,7 giorni per decennio. Otto inverni, p nominale 0,020. Segnale esplorativo, certo, ma incompatibile con l’idea che una fase negativa garantisca di per sé persistenza crescente.
Per arrivare a numeri difendibili servono serie giornaliere validate dal 1996 al 2026 di neve fresca, manto, temperatura e precipitazione su un gruppo fisso di stazioni; metadati sui cambi di strumento e di sito; densità o acqua equivalente misurata; aree dei bacini per fascia di quota; portate e regolazione degli invasi. Con questi ingredienti si possono costruire modelli matematici che tengano insieme indice atlantico, temperatura e precipitazione. Finché mancano, qualsiasi percentuale di risorsa idrica “causata dalla NAO” resta un’affermazione senza fondamento verificabile.
Resta il fatto che, nelle giornate giuste, la fase negativa continua a regalare nevicate memorabili sull’arco alpino. Solo che il singolo evento e la statistica trentennale rispondono a domande diverse. Chi vuole capire il meccanismo di fondo può partire da che cos’è l’indice di oscillazione del Nord Atlantico e da come agisce sulle traiettorie perturbate in Italia, abbiamo diversi articoli.
Credit
- NOAA Climate Prediction Center – Teleconnections: North Atlantic Oscillation
- Matiu et al., Observed snow depth trends in the European Alps: 1971 to 2019, The Cryosphere 15, 1343-1382
- Ranzi, Colosio e Galeati, Climatology of snow depth and water equivalent measurements in the Italian Alps (1967-2020), HESS 28, 2555-2578
- Capozzi, De Vivo e Budillon, Synoptic control over winter snowfall variability observed in a remote site of Apennine Mountains (Italy), 1884-2015, The Cryosphere 16, 1741-1763
- Capozzi et al., Historical snow measurements in the central and southern Apennine Mountains: climatology, variability, and trend, The Cryosphere 19, 565-595
