(METEOGIORNALE.IT) In questo strano scorcio di Febbraio, ci si rende conto che l’inverno che stiamo vivendo non è stato una stagione come le altre, anzi, è sembrato più che altro un lungo esercizio di testardaggine atmosferica. Non è solo una sensazione soggettiva del cittadino che aspetta la neve o del contadino che teme la siccità, ma è un dato di fatto che emerge con prepotenza dalle analisi sinottiche degli ultimi mesi. Se dovessimo dare un nome a questa stagione, potremmo definirla l’inverno della persistenza, un periodo in cui la dinamicità climatica è stata sostituita da lunghe fasi di stasi che hanno letteralmente congelato, o inondato, intere regioni del continente. In fondo, l’atmosfera ha una sua memoria, una sorta di inerzia che a volte la rende pigra, incapace di cambiare registro, trascinando configurazioni nate in Dicembre fino alle porte della primavera.
La prima fase: un Dicembre di attesa e flussi miti
Il nostro viaggio meteorologico inizia ufficialmente il primo Dicembre, quando le mappe del Vortice Polare hanno iniziato a mostrare i primi segni di una strana disposizione. Per quasi tre settimane, fino alla vigilia di Natale, l’Europa ha vissuto in un regime che i meteorologi definiscono di flusso meridionale frequente, insomma, aria che risale da sud portando con sé un carico di umidità e temperature decisamente fuori scala per il periodo. In Italia, ma soprattutto in Francia e sulla Penisola Iberica, abbiamo visto piogge abbondanti, quasi incessanti in aree come la Bretagna e il sud-est della Corsica.
Cosa stava succedendo esattamente in quel momento? Le mappe della NOAA Physical Sciences Laboratory parlano chiaro. Mentre noi sperimentavamo una mitezza quasi fastidiosa, un imponente Blocco anticiclonico si era già stabilizzato sull’Europa del nord-est. Questo muro di alta pressione costringeva le perturbazioni atlantiche a scivolare molto basse di latitudine, andando a bagnare generosamente persino il Maghreb. Era un assetto beffardo: avevamo la pioggia, ma non avevamo il freddo, perché il richiamo d’aria era costantemente richiamato dalle calde latitudini subtropicali. Diciamolo chiaramente, è stato un inizio di stagione che ha fatto storcere il naso a molti appassionati di sci, ma che ha riempito gli invasi in zone che storicamente soffrono di aridità.
Il colpo di scena di Natale e il gelo sul continente
Poi, quasi a voler rispettare il copione di un vecchio film, tutto è cambiato proprio quando le famiglie si riunivano per le festività. Dalla vigilia di Natale fino al 12 Gennaio, abbiamo assistito alla fase più cruda e, per certi versi, affascinante di questo inverno. Il Blocco atmosferico, quel gigante di alta pressione che prima stazionava a oriente, ha deciso di migrare verso nord, posizionandosi in modo strategico tra la Groenlandia, l’Islanda e la Scandinavia.
Questa manovra ha aperto quello che in gergo chiamiamo il “corridoio del freddo”. L’aria gelida di origine artica, non più trattenuta a nord, ha iniziato a rotolare verso sud, investendo gran parte dell’Europa centrale e arrivando a lambire il Mediterraneo. In molti hanno rivissuto le sensazioni del lontano Febbraio 2018, con episodi nevosi che hanno toccato quote di pianura e temperature che sono precipitate ben sotto lo zero per diversi giorni consecutivi. È stato un periodo di freddo talvolta memorabile, durante il quale il Corrente Getto ha continuato a circolare molto basso, mantenendo la Penisola Iberica sotto una piovosità estrema. In quel momento, la natura sembrava aver ritrovato il suo equilibrio invernale, con il bianco che dominava i paesaggi dal Regno Unito fino alla Polonia.
La terza fase: la persistenza del regime atlantico basso
Dal 12 Gennaio in poi, e fin verso la metà di Febbraio, la situazione è mutata nuovamente, ma senza perdere quella caratteristica di “blocco” che sembra essere il marchio di fabbrica di questa stagione. Siamo entrati in una modalità che i tecnici chiamano NAO negativa, ovvero una fase dell’Oscillazione Nord Atlantica in cui le differenze di pressione tra le alte e le basse latitudini sono minime. Questo ha costretto il Corrente Getto a scorrere ancora una volta su binari meridionali, puntando dritto verso il sud della Francia, la Spagna e l’Italia.
Risultato? Un ritorno alla mitezza, intervallata solo da brevissime e quasi insignificanti incursioni fredde. Mentre noi ci toglievamo i cappotti pesanti, il Blocco sull’Europa nord-orientale rimaneva lì, immobile, come una sentinella che impedisce all’aria polare di entrare con decisione nel cuore del continente. È interessante notare come l’ovest, il sud-ovest e la Corsica siano rimasti i settori più bersagliati dalle precipitazioni, mentre il nord-est europeo, pur essendo più vicino al gelo, è rimasto spesso all’asciutto, protetto dall’alta pressione. Questa asimmetria climatica è uno degli aspetti più complessi da spiegare, ma descrive perfettamente come un piccolo spostamento dei centri d’azione possa decretare il successo o il fallimento di una previsione stagionale.
L’enigma dei blocchi: perché l’atmosfera si ferma?
Al di là della cronaca dei giorni, la vera domanda che ci assilla, e che agita i sonni dei climatologi, riguarda la durata di questi eventi. Perché una configurazione meteo rimane inchiodata per settimane? Spesso avvertiamo questo inverno come un unico, ininterrotto blocco di tre mesi, dove il cambiamento è solo una sfumatura all’interno di una stessa ripetitiva trama. Questa inerzia atmosferica è un fenomeno marcato, paragonabile ai lunghi periodi anticiclonici che abbiamo vissuto tra il 2020 e il 2022.
Sappiamo analizzare con estrema precisione le cause di un singolo tipo di tempo, ma capire il “perché” duri così a lungo è ancora una sfida aperta. Si passa da periodi di siccità interminabili a fasi di inondazioni altrettanto persistenti, come se l’atmosfera avesse perso la capacità di oscillare velocemente tra un regime e l’altro. La comprensione di queste tendenze è una delle sfide cruciali per i prossimi decenni. Identificare quali settori geografici saranno più inclini a subire queste “stasi” prolungate sarà fondamentale per gestire le risorse idriche e prevenire i disastri naturali legati al Riscaldamento Globale.
Il futuro dei blocchi atmosferici in un mondo dal clima che cambia
Le proiezioni scientifiche per il settore euro-atlantico suggeriscono scenari intriganti quanto preoccupanti. Secondo studi basati su simulazioni ad alta risoluzione, il numero complessivo di eventi di Blocco invernale potrebbe diminuire significativamente nei prossimi decenni. Tuttavia, ci sono delle eccezioni rilevanti. Alcune simulazioni mostrano che, sebbene i blocchi diventeranno meno frequenti, quelli che si verificheranno potrebbero essere estremamente lunghi, con durate comprese tra i 20 e i 24 giorni.
Inoltre, stiamo osservando uno spostamento geografico dell’attività di blocco verso est, in direzione dell’Eurasia. È un trend che ricorda da vicino la configurazione che portò alla storica ondata di calore russa del 2010. Insomma, meno blocchi in Atlantico, ma più persistenti e spostati verso oriente. Questo spostamento ha implicazioni dirette per l’Italia e l’Europa mediterranea, poiché modifica radicalmente la provenienza delle masse d’aria e la traiettoria delle perturbazioni.
Riflessioni su un indicatore chiave: la NAO
Non possiamo parlare di inverno senza citare la NAO. Dalla stagione 2013-2014, abbiamo assistito a una prevalenza schiacciante della fase positiva della NAO, che solitamente si traduce in inverni miti e secchi per il sud Europa. L’inverno attuale, invece, ha segnato il ritorno della NAO negativa. Probabilmente si tratta di un ritorno temporaneo, un’eccezione in un trend di lungo periodo che vede gli anticicloni subtropicali dominare la scena.
C’è da dire che non sempre la presenza di un anticiclone viene classificata tecnicamente come un Blocco. In meteorologia, si definisce tale un sistema di alta pressione che interrompe il normale flusso zonale delle correnti occidentali, come un’alta pressione scandinava o groenlandese. Tuttavia, per chi vive il territorio, anche un flusso d’ovest continuo che porta piogge e tempeste per tre mesi, come accadde nell’inverno 2013-2014, viene percepito come una situazione bloccata. Le definizioni scientifiche sono precise, ma la percezione del clima è spesso legata alla monotonia dei fenomeni.
In definitiva, questo inverno ci ha insegnato che l’atmosfera è un sistema complesso, capace di mostrare facce diverse pur rimanendo fedele a una stessa radice barica. Che si tratti di un’eccezione o di un nuovo standard legato al Riscaldamento Globale, la persistenza delle configurazioni meteo rimarrà il tema centrale della meteorologia moderna. Dobbiamo abituarci all’idea che il tempo non cambia più ogni tre giorni, ma decide una strada e la percorre fino in fondo, talvolta con conseguenze estreme, talvolta con una noia che solo il ritorno della primavera saprà spezzare.
Credit
- NOAA Physical Sciences Laboratory – Climate Analysis
- European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (ECMWF)
- NCEP/NCAR Reanalysis Project
- American Meteorological Society – Journal of Climate
- Nature Climate Change – Atmospheric Blocking Trends





