(METEOGIORNALE.IT) C’è un clima strano in questi giorni, e non mi riferisco solo a quello atmosferico. Gira una certa polemica, diciamolo pure, un po’ sterile sulle previsioni meteo diffuse per il periodo natalizio. La cosa che lascia l’amaro in bocca è che a sollevare il polverone ci si mettono pure certi esperti, o presunti tali, con atteggiamenti che definirei quasi infantili. Sciocchi, insomma. Non giriamoci troppo intorno: chi conosce questo mestiere sa bene che i modelli matematici hanno un margine di manovra ampio, cambiano tendenza, si evolvono.
Fermarsi al titolo di un articolo (con uno stamp da un post social) per sputare sentenze sul lavoro altrui è lo sport nazionale, ma lascia il tempo che trova. Cerchiamo invece di capire, con dati alla mano, cosa stia succedendo davvero sopra le nostre teste. La questione centrale è quell’aria fredda legata al lobo del Vortice Polare che, in effetti, sta scendendo verso sud un po’ in ritardo rispetto alla tabella di marcia ipotizzata. Lo avevamo detto, o meglio, scritto a chiare lettere: ogni bollettino, o meglio analisi meteo, riportava la dicitura “da confermare”. Non è un paracadute, è scienza. L’indice di affidabilità, specie sul medio-lungo termine, è sempre un’ipotesi, mai una certezza scolpita nella pietra.
Attualmente la situazione vede un blocco d’aria gelida posizionato sull’est dell’Europa. Il vortice troposferico si è mosso, è sceso di latitudine. Se guardiamo ai modelli matematici, come il centro di calcolo europeo, notiamo una dinamica interessante già a 60 ore: un rilascio corposo di aria fredda dalle regioni artiche punta verso il basso. La rotta, almeno in questa prima fase, sembrerebbe coinvolgere anche l’Italia. Avremo un calo termico, questo è sicuro.

Tuttavia, spingendo lo sguardo un po’ oltre, verso le 84 ore, le carte in tavola cambiano ancora. Il nucleo più intenso, quello che porta il gelo vero, sembra destinato a scivolare sui Balcani. E noi? L’Italia verrebbe presa solo di striscio, interessata marginalmente. Magari il settore adriatico, magari Venezia e parte del Nord Italia, ma senza temperature particolarmente rigide secondo i parametri del nostro clima. Insomma, farà freddo, ma non batteremo i denti come in Siberia.
Proseguendo l’analisi, a meno che il modello matematico non decida di diventare carta straccia tutto d’un colpo, si intravede un ulteriore assalto freddo, questa volta di origine marittima. Non aspettiamoci il gelo epocale, intendiamoci. La prima decade di Gennaio sembra caratterizzata da un’altalena: onde fredde alternate a fasi più miti. Quando dico miti, parlo di valori poco sopra lo 0°C a 1500 metri (i famosi 850 hPa per gli addetti ai lavori). È un’ondata di freddo, non di gelo. E c’è una bella differenza.


Anche il modello americano, tutto sommato, si allinea a questa visione. Come capita spesso quando si guarda troppo in là, tende a smussare gli angoli: toglie l’irruzione fredda marittima e, verso la fine della prima decade di Gennaio, ipotizza addirittura correnti meridionali. Ma qui siamo nel campo delle ipotesi che necessitano di conferme massicce, inutile fasciarsi la testa prima.
Il dato oggettivo, quello che la gente percepirà uscendo di casa, è che la temperatura scenderà rispetto ai valori anomali attuali, specialmente nelle regioni settentrionali, il raffreddamento sarà netto nel corso dei giorni. La nota dolente, ahimè, riguarda le precipitazioni. Fino all’Epifania i modelli faticano a inquadrarle. Si intravede un peggioramento verso il 3 o 4 di Gennaio sulle regioni del nord e parte del centro, ma la localizzazione è ancora ballerina.
Il rebus della neve in Val Padana
Qui si apre il capitolo più spinoso, quello che fa discutere da sempre: la neve in pianura. Nel Nord Italia potrebbe formarsi quel famoso “cuscinetto” di aria fredda nei bassi strati, la condizione ideale per vedere fiocchi anche in basso. Eppure, non è così semplice. La temperatura media annuale in Val Padana è aumentata di circa 2°C, un dato che ci forniscono vari enti di ricerca e che non possiamo ignorare. Non è che non nevica più perché “il tempo è rotto”, ma perché spesso manca la sinottica perfetta.
Succede che arriva il freddo, ma il cielo è sereno. Poi arrivano le nuvole, dopo giorni, magari di alta pressione in stile Heat Dome che comprime l’aria nei bassi strati, ed il richiamo mite si mangia il poco freddo accumulato rimasto. Risultato? Quella che doveva essere neve si trasforma in pioggia o acquaneve. È un cambiamento che sta diventando strutturale, climatico. Certo, per definirlo ufficialmente tale serve una statistica trentennale, ma la percezione è che il clima sia già cambiato, e pure in fretta. La Val Padana degli anni Sessanta, sepolta dalla neve, in questo frangente storico fatica a replicarsi, anzi, non è replicabile se non con eventi meteo straordinari, fuori dal comune.
Prevedere la neve in pianura oggi è un terno al lotto. Gli stessi modelli matematici, macchine potentissime, cadono spesso in errore su questo dettaglio. E noi umani, che quelle mappe le leggiamo e cerchiamo di tradurle, non possiamo fare miracoli. Possiamo solo interpretare i segnali, ricordando sempre quel “da confermare” che non è una paraculata, passatemi il termine, ma un atto di onestà intellettuale. Purtroppo l’ignoranza dilaga, e spesso a fare più rumore è proprio chi dovrebbe avere gli strumenti per capire la complessità della natura.
Credit
- ECMWF (European Centre for Medium-Range Weather Forecasts) – Charts and Datasets
- NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) – Climate Monitoring
- WMO (World Meteorological Organization) – State of the Global Climate
- Met Office – Global Weather Forecasts & Climate Change
- NASA Earth Observatory – Global Temperatures and Anomalies

