
(METEOGIORNALE.IT) Prima di addentrarci in una discussione tecnica, facciamo un piccolo approfondimento meteo climatico. L’oscillazione artica, spesso abbreviata in AO (Arctic Oscillation) e conosciuta in ambito scientifico anche con il termine Northern Annular Mode (NAM), rappresenta una delle principali teleconnessioni della zona Euratlantica.
Di cosa stiamo parlando
Si tratta di un complesso fenomeno interessa principalmente le zone polari poste oltre il 55° parallelo nord. Nonostante ciò, nascono numerose conseguenze che si riflettono anche a latitudini ben più basse. L’indice che misura l’AO non segue un ritmo regolare o ciclico, bensì varia in maniera irregolare.
Parliamo di anomalie di pressione al suolo di segno opposto (possono essere positive e negative, con Maggiore vigore) tra la zona polare artica e le fasce comprese all’incirca fra i 37° e i 45° di latitudine nord. Senza entrare in dettagli tecnici, una variazione pressorea a queste distanze può far variare completamente lo schema meteo di una stagione.
Un fenomeno molto affine, ma geograficamente più circoscritto, è la North Atlantic Oscillation (NAO). Essa riguarda principalmente il settore nord-atlantico e, sebbene gli studiosi non abbiano raggiunto un accordo definitivo su quale dei due indici descriva meglio la circolazione atmosferica, la NAO appare spesso più direttamente collegata a eventi meteorologici tangibili in Europa e Nord America.
I valori che può assumere
In fase positiva, l’indice mostra valori che corrispondono a una pressione atmosferica relativamente bassa sulla regione polare e a un rafforzamento dei venti occidentali (i cosiddetti venti zonali o westerlies). Ciò si traduce in un Vortice Polare forte, compatto e stabile, capace di trattenere l’aria gelida alle alte latitudini.
In tali condizioni, l’Europa, il Nord America e altre aree temperate tendono a sperimentare inverni più miti. Non necessariamente secchi, anche se è facile che fasi meteo di alta pressione possano essere piuttosto ingombranti.

Al contrario, quando l’AO assume valori negativi, i venti che delimitano il Vortice, si indeboliscono e la pressione all’interno dell’Artico diventa ancora più bassa. In questo scenario, masse d’aria gelida possono propagarsi verso sud, raggiungendo le medie latitudini e provocando intense ondate di freddo. Attenzione che questo fatto non vuol dire ondata di gelo certa. La massa d’aria deve avere delle traiettorie ben precise che possono coinvolgere in pieno il nostro paese.
Le due fasi
Come si legge sul sito, quando è positiva le perturbazioni atlantiche tendono a scorrere più a nord, determinando precipitazioni abbondanti in Alaska, Scozia e Scandinavia. Contemporaneamente, regioni come il Mediterraneo e la parte occidentale degli Stati Uniti sperimentano condizioni più asciutte.
Nel caso di negativa le masse d’aria artiche si spingono verso sud, provocando episodi di freddo intenso in Europa e Nord America. Queste discese di aria gelida sono spesso responsabili di ondate di gelo, un po’ come è successo nel passato remoto e che ora capita in maniera sempre meno frequente.
In Europa e in Italia
Per l’Europa, l’AO rappresenta un indice assolutamente di primaria importanza. Come detto poco fa,quando il Vortice Polare resta compatto (fase positiva), gli inverni tendono a essere più temperati, con correnti umide e miti che dominano gran parte del continente.
In fase negativa, invece, il flusso zonale si indebolisce e le correnti fredde trovano varchi per scendere rapidamente fino alle medie latitudini. In tali situazioni non sono rari episodi di gelo prolungato, spesso accompagnati da nevicate diffuse. Non è in contrasto con il Global warming.
Un eventuale ondata di gelo che possa mai arrivare nel prossimo inverno non dice nulla a livello globale e soprattutto nel trend del lungo periodo. Anche in un mondo che si riscalda a livelli frenetici, sono possibili fasi meteo di gelo intenso qua e là.
Hotspot climatico
Negli ultimi decenni il Polo Nord sta vivendo un riscaldamento molto più rapido rispetto ad altre regioni del pianeta, un vero e proprio hotspot climatico. In questa zona del mondo il riscaldamento globale galoppa più delle altre. In realtà si tratta di un fenomeno noto come amplificazione artica. La fusione imperterrita dei ghiacci marini e le modifiche nell’albedo terrestre riducono la capacità dell’Artico di riflettere la radiazione solare, accelerando così il riscaldamento.
Questi cambiamenti possono stravolgere il Vortice Polare. Quando perde compattezza, cresce la probabilità di episodi di AO negativa, con conseguente possibilità di discese di aria gelida verso l’Europa e l’Asia. In tali circostanze, masse d’aria fredda si scontrano con correnti più miti e umide provenienti dall’Atlantico o dal Mediterraneo, creando forti contrasti termici. Ecco perché -paradossalmente- in un pianeta che si scalda se il vortice è debole le ondate di gelo possono raggiungere le medie latitudini, in Italia inclusa.
E concludiamo dicendo che…
…l’inverno europeo, quindi, continua e continuerà a distinguersi per la sua forte variabilità è dipendenza da questi indici di teleconnessione. Ricapitolando. Da un lato, la tendenza generale è verso stagioni mediamente più miti. Ce ne siamo accorti tutti che fa più caldo in inverno. Ma dall’altro, non mancano e non mancheranno di sicuro brevi e intensi episodi di freddo e neve. Ma che non sono assolutamente in contrasto con i cambiamenti climatici.
FONTI USATE
ECMWF (European Centre for Medium-Range Weather Forecasts)
Global Forecast System (GFS)
Dati meteo di AccuWeather e Weather.com. (METEOGIORNALE.IT)
