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Il serpente piumato del sottosuolo

Roberta Ferrara di Roberta Ferrara
13 Giu 2025 - 13:55
in Fantascienza, Magazine
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(METEOGIORNALE.IT) Nelle profondità del continente australiano, dove il deserto arde e le rocce raccontano leggende, si muove un essere arcaico e misterioso. Non è fatto di carne e sangue, ma di canto, spirito e sogno: è il Serpente Arcobaleno, l’entità sacra che plasma i fiumi, le montagne e le anime. Questo archetipo ancestrale, chiamato da alcune etnie aborigene Ngalyod, Wanampi, Yurlunggur o Ungud, assume una forma immensa, avvolta da piume e iridescenze, con la forza di generare e distruggere, cantando il mondo nei suoi cicli eterni di vita e morte.

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Il Dreamtime: la struttura invisibile del mondo

Per comprendere l’essenza del serpente piumato del sottosuolo australiano, è necessario addentrarsi nel concetto centrale della cosmologia aborigena: il Tempo del Sogno, o Dreamtime. Questo non è un semplice mito delle origini, bensì una dimensione parallela che esiste contemporaneamente al nostro presente. È il regno degli antenati creatori, che plasmarono la Terra attraverso il canto, lasciando impronte nella geografia e nella memoria.

Secondo W.E.H. Stanner, antropologo australiano che dedicò la sua vita allo studio delle culture indigene, il Dreamtime rappresenta un sistema ontologico completo, “una storia sacra che è tanto vera quanto eterna”. I fiumi, le caverne, le montagne e perfino gli alberi sono considerati piste dei sogni (songlines), tracciati cosmici cantati da queste entità fondatrici.

 

Ngalyod e le acque: il serpente che plasma i fiumi

In molte culture aborigene del Territorio del Nord e del Queensland, il serpente piumato assume il nome di Ngalyod, custode delle acque sotterranee, delle piogge e delle inondazioni. La sua dimora è sotto la crosta della Terra, e il suo corpo immenso si estende per chilometri, serpeggiando tra grotte, sorgenti e bacini. Il suo risveglio è temuto e venerato: la sua danza nel sottosuolo può provocare terremoti, la sua fame scatenare tempeste, ma la sua benevolenza fa nascere sorgenti limpide e cascate sacre.

Per il popolo Gunwinggu, Ngalyod è al tempo stesso maschio e femmina, simbolo dell’unità degli opposti, della transizione, della metamorfosi. La sua figura si fonde con quella del camaleonte, del coccodrillo e dell’uccello acquatico, creando una creatura polimorfica, adornata da piumaggi arcobaleno e squame d’argento.

 

I fiumi della memoria: dove canta il serpente

Le linee di canto tracciate dal Serpente Arcobaleno si riflettono nei fiumi australiani, che non sono semplici corsi d’acqua, ma testimonianze viventi del passaggio degli esseri ancestrali. Uno dei più emblematici è il fiume Daly, nel Kakadu National Park, dove numerose pitture rupestri raffigurano il serpente mentre emerge dalla terra o si avvolge attorno a pozze sacre.

Questi luoghi, chiamati “luoghi di potere” (sacred sites), non possono essere toccati né profanati, pena la rottura dell’equilibrio spirituale. Qui, ogni pietra, ogni tronco, ogni eco tra le rocce è una memoria incarnata, un residuo del canto cosmico.

 

Il serpente e la voce: la vibrazione creatrice

Il potere del serpente non è solo fisico, ma vocale. Secondo molti popoli aborigeni, il mondo è stato creato attraverso la voce, e il serpente canta in una lingua primordiale, fatta di frequenze, risonanze profonde e ritmi ciclici. I canti del Dreamtime non sono metafore: sono codici genetici spirituali, capaci di “riattivare” la Terra ogni volta che vengono pronunciati.

Bruce Chatwin, nel suo libro The Songlines, descrive con grande forza poetica come ogni tribù percorra linee invisibili, cantando il paesaggio per “mantenerlo in vita”. Questo legame tra territorio e narrazione orale è alla base della sopravvivenza culturale aborigena, e il serpente ne è l’emblema principale: creatore del suono, cantore del mondo.

 

Morte e rinascita: il ciclo eterno del serpente

Il serpente piumato non è solo il creatore, ma anche il distruttore. Quando gli uomini si allontanano dal rispetto per la Terra o rompono i tabù ancestrali, il serpente può risvegliarsi con furia. Le inondazioni improvvise, le frane, le siccità misteriose sono interpretate come sue manifestazioni. Ma non c’è giudizio: la sua ira è parte del ritmo cosmico, come la notte che segue il giorno.

In molte leggende, il serpente muore e rinasce ciclicamente, proprio come la natura. Si ritira nel sottosuolo durante la stagione secca e riaffiora con le piogge monsoniche. Questa morte temporanea è una forma di meditazione terrestre, e il suo risveglio, un canto di rinascita.

 

Il serpente e la scienza: simbolismo e geologia

Anche dal punto di vista scientifico, le leggende del Serpente Arcobaleno coincidono sorprendentemente con la geografia e la geologia del continente. Molti dei luoghi sacri corrispondono a faglie attive, grotte calcaree, sorgenti artesiane e bacini idrici sotterranei, che erano fondamentali per la sopravvivenza delle comunità nomadi.

Studi pubblicati su Nature e Australian Journal of Earth Sciences hanno evidenziato come le storie aborigene conservino memorie geologiche vecchie di oltre 10.000 anni, tra cui cambiamenti del livello del mare, eruzioni vulcaniche e impatti meteoritici, narrati attraverso le metafore del serpente piumato.

 

Cultura visiva e resistenza spirituale

L’immagine del serpente piumato è anche uno degli elementi più forti dell’arte aborigena contemporanea. Pittori come John Mawurndjul o Gulumbu Yunupingu hanno portato le raffigurazioni del serpente nelle gallerie di Melbourne, New York e Parigi, trasformando le tele in mappe spirituali. Le linee concentriche, i punti e i colori vividi non sono ornamenti estetici, ma notazioni musicali, topografie invisibili, percorsi del sogno.

Anche nelle battaglie legali per la restituzione delle terre e il riconoscimento dei diritti indigeni, il serpente diventa simbolo di radicamento, prova viva dell’antichissima presenza delle popolazioni aborigene sul suolo australiano.

 

L’eco profonda del canto

Il serpente piumato del sottosuolo non appartiene solo al passato o al folklore. È un essere vivente nella memoria collettiva, nel paesaggio, nel linguaggio e nei rituali. Il suo canto profondo, che si dice risuoni nelle pietre e nei venti, ci ricorda che la Terra non è una risorsa, ma un corpo vivente, da ascoltare e rispettare.

Attraverso il mito del serpente, gli aborigeni australiani ci offrono una lezione di ecologia spirituale, un modo radicale e poetico per riconsiderare il nostro posto nel mondo: non sopra, ma insieme alla terra, alle acque e ai sogni. (METEOGIORNALE.IT)

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