
(METEOGIORNALE.IT) Cari lettori, ogni tanto soprattutto quando ci sono lunghe fasi meteo di pioggia e maltempo, viene fuori il termine temporale auto rigenerante. Ne abbiamo parlato più volte lo scorso Autunno e occasionalmente pure nel periodo invernale.
Adesso rischiamo di nuovo, con il peggioramento molto intenso nei prossimi giorni. In questo articolo non faremo delle previsioni a tutti gli effetti, ma semplicemente trattiamo dal punto di vista tecnico questa particolare tipologia temporalesca. Che, giova ricordarlo, può diventare davvero molto pericolosa
Quando succede
Durante i mesi più instabili, l’atmosfera libera l’energia accumulata dando origine a manifestazioni meteo talvolta molto violente. Tra le più pericolose ci sono i temporali autorigeneranti, ovvero situazioni in cui la stessa area geografica viene colpita ripetutamente, anzi letteralmente bersagliata, da celle temporalesche che si susseguono in fila, spesso nell’arco di diverse ore. Questi episodi non sono affatto isolati: interessano frequentemente il territorio italiano, soprattutto nei mesi autunnali, ma in alcuni casi persino in Inverno e Primavera.
Il ruolo cruciale del mare caldo
Nel corso dell’Estate, il Mar Mediterraneo trattiene notevoli quantità di calore. Quando arriva l’autunno e l’aria inizia a diventare più fresca, la superficie marina mantiene ancora temperature elevate (25 gradi di media può già essere sinonimo e fonte di preoccupazione). Questo squilibrio termico genera le condizioni ideali per la nascita di forti moti ascensionali, grazie al contrasto tra l’aria più fresca in quota e l’umidità calda presente nei bassi strati.
Tale dinamica innesca sistemi temporaleschi intensi, che trovano nel calore e nell’umidità un motore costante. E la formazione di continue celle in successione non fa altro che creare rischio alluvioni. Un conto è un nubifragio di 10-30 minuti e un conto è un temporale di 7-9 ore!
La struttura dei temporali autorigeneranti
Questi fenomeni meteo estremi si sviluppano sotto forma di sistemi multicellulari, cioè insiemi di celle temporalesche che si susseguono o si organizzano in configurazioni complesse. Quando una cella comincia a esaurire la sua energia, un’altra si forma poco distante, alimentata dalla stessa corrente convettiva che ha generato la precedente. Questo processo crea un ciclo continuo, rendendo il temporale apparentemente stazionario per chi lo osserva dal suolo (così come dal radar), anche se in realtà si tratta di un ricambio dinamico e incessante.
Il ruolo fondamentale dei venti in quota
Uno degli elementi più determinanti è il flusso d’aria alle alte quote, che agisce come una sorta di ventilazione forzata. Le correnti ascensionali, che portano umidità e calore verso l’alto, vengono mantenute attive proprio grazie a questo flusso che aspira l’aria e previene l’interferenza con le correnti discendenti, che normalmente tenderebbero a spegnere l’attività temporalesca.
L’inclinazione delle colonne temporalesche, causata dal vento in quota, consente al sistema di durare per ore, fino a quando l’equilibrio termico non viene rotto, portando gradualmente all’esaurimento del fenomeno. Una sorta di gatto che si morde la coda.
Ma dove capitano di più?
Spesso questi temporali si originano sul mare, dove trovano l’ambiente ideale per nascere, e poi si dirigono verso le zone costiere. Qui, l’interazione con la morfologia del terreno, in particolare con rilievi e colline, favorisce l’ancoraggio del sistema. Il temporale può così ristagnare su una zona circoscritta, intensificandosi ulteriormente e rilasciando enormi quantità di pioggia in tempi brevissimi, con il rischio concreto di nubifragi e alluvioni lampo.
In molti casi, le precipitazioni risultano estremamente localizzate, colpendo una fascia ristretta del territorio, ma con una violenza tale da causare danni ingenti. Questa peculiarità rende i temporali autorigeneranti particolarmente temibili: difficili da prevedere con precisione, si possono tentare di prevedere poche ore prima dell’evento, ma con margini di incertezza assai marcati.
Un fenomeno tipico dell’Autunno (ma adesso anche in altre stagioni)
In Italia, questo tipo di eventi si verificano con maggiore frequenza tra Settembre e Novembre, specialmente nelle regioni affacciate sul Mar Ligure, sull’Adriatico settentrionale e sul Tirreno centrale, dove il contrasto tra mari ancora caldi e correnti d’aria più fredde provenienti da nord crea un ambiente propizio per lo sviluppo di fenomeni intensi e a volte anche drammatici.
Ma oramai il cambiamento climatico e le temperature sia superficiali sia atmosferiche sempre maggiori fanno sì che questi eventi meteo estremi si possano verificare pure in stagioni lontane dall’Autunno, come ad esempio l’Inverno o la Primavera. (METEOGIORNALE.IT)
