
(METEOGIORNALE.IT) Nel 2020, durante il culmine della pandemia, si è verificata una drammatica moria di circa 350 elefanti africani nel nord-est del Botswana, un evento che ha destato l’attenzione globale per la sua portata e per le cause inizialmente misteriose. Solo di recente, una ricerca dettagliata ha confermato che la causa è da attribuirsi a un avvelenamento provocato da alghe tossiche fiorite nelle pozze d’acqua, un fenomeno strettamente legato ai cambiamenti climatici.
Il Botswana ospita una delle popolazioni più importanti di elefanti africani, stimata intorno a 130.000 esemplari, che rappresenta una parte cruciale della biodiversità globale. L’area del Delta dell’Okavango, dove si è verificata la tragedia, è un ecosistema vitale sia per la fauna selvatica che per la conservazione di questa specie. Tuttavia, le condizioni ambientali estreme del 2020 hanno esposto la vulnerabilità di questa regione di fronte agli effetti del riscaldamento globale.
Un team di esperti provenienti dal Botswana e dal Regno Unito ha condotto una serie di analisi utilizzando dati satellitari e modelli spaziali per individuare le cause precise delle morti. È stato accertato che le pozze d’acqua frequentate dagli elefanti erano contaminate da cianobatteri, comunemente chiamati alghe blu-verdi. Questi organismi, che producono tossine letali, hanno proliferato a seguito di fluttuazioni climatiche estreme.
Il 2020 è stato caratterizzato da una combinazione di eventi meteorologici insoliti: un anno particolarmente piovoso che ha seguito uno dei periodi più secchi degli ultimi decenni. Questo ha favorito il rapido sviluppo e la fioritura delle alghe nelle pozze, creando un ambiente letale per gli animali che vi si abbeveravano.
L’ipotesi di avvelenamento da alghe tossiche si è dimostrata la più plausibile, soprattutto dopo che sono state escluse altre possibili cause come il bracconaggio, malattie virali o infezioni batteriche, tra cui l’antrace. Gli elefanti sono stati trovati con le zanne intatte, un chiaro segnale che non si trattava di uccisioni mirate per il commercio illegale. Inoltre, i test condotti sugli esemplari deceduti hanno evidenziato una correlazione tra la presenza di tossine algali e la loro posizione rispetto alle pozze contaminate.
Gli elefanti, dopo aver ingerito l’acqua contaminata, hanno percorso mediamente 16,5 chilometri prima di soccombere, con un intervallo di circa 88 ore tra l’esposizione e il decesso.
L’episodio rappresenta un segnale d’allarme sull’impatto devastante che i cambiamenti climatici possono avere su ecosistemi fragili come quello del Delta dell’Okavango. Le proiezioni climatiche per il Sud dell’Africa indicano un aumento delle temperature medie e periodi di siccità più lunghi, che potrebbero aggravare ulteriormente la scarsità di risorse idriche e la proliferazione di fenomeni simili in futuro.
La disponibilità e la qualità dell’acqua nelle pozze naturali sono fondamentali per la sopravvivenza di numerose specie, inclusi gli elefanti africani. Tuttavia, il riscaldamento globale minaccia di alterare drasticamente questi habitat, mettendo a rischio non solo la fauna selvatica ma anche l’equilibrio complessivo degli ecosistemi locali.
Lo studio, pubblicato nella rivista scientifica “Science of The Total Environment”, sottolinea la necessità di un monitoraggio continuo dei legami tra cambiamenti climatici ed ecologia. Comprendere questi fenomeni è essenziale per prevenire future tragedie e per sviluppare strategie di conservazione più efficaci, garantendo la sopravvivenza delle specie minacciate e degli ecosistemi vitali. (METEOGIORNALE.IT)
