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      Coronavirus il motivo della perdita dell’olfatto

      Le ragioni anatomiche di un sintomo comune nel covid-19: improvvisa perdita dell’olfatto.

      Antonio Lombardi
      Antonio Lombardi
      Pubblicato: 27/06/2020
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      3 Min Lettura
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      Uno dei campanelli d’allarme di un possibile contagio che ha tenuto in allerta la popolazione durante la pandemia, è sicuramente la perdita improvvisa e totale dell’olfatto, anche in assenza di naso chiuso.

      Dopo mesi di osservazioni ed esami diagnostici, le dinamiche all’origine di questo particolare sintomo, sono finalmente più chiare.

      Ciò di cui parliamo è l’anosmia, ovvero la perdita totale delle capacità olfattive, ed è spesso associata alle infezioni virali delle vie respiratorie superiori, come quelle causate dai coronavirus non pericolosi, all’origine di comuni raffreddori.

      Di solito, è il muco ad ostruire le narici, impedendo alla molecole odorose di raggiungere i recettori.

      Molti pazienti covid hanno però riferito un’improvvisa e inspiegabile perdita dell’olfatto, anche con il naso completamente libero. Questo sintomo è generalmente scomparso nel giro di un paio di settimane; altri, invece, se lo sono trascinati più a lungo.

       

      Come spiega un articolo su The Conversation, le TAC delle cavità nasali dei pazienti covid hanno evidenziato un rigonfiamento del tessuto della fessura olfattiva, la zona del naso che ci fa percepire gli odori.

      Nelle persone con infezione da coronavirus attiva, questa parte della volta nasale appare bloccata da un tessuto molle infiammato e da muco, mentre il resto del naso è perfettamente normale, tant’è che i pazienti non hanno alcuna difficoltà a respirare attraverso le narici.

       

      Il coronavirus entra nell’organismo attaccando i recettori ACE2, che rivestono le cellule dell’apparato respiratorio.

      Inizialmente, si sospettava infettasse e distruggese direttamente i neuroni olfattivi, cioè le cellule sensoriali che captano il segnale delle molecole odorose e lo inviano al cervello, e che interpreta successivamente l’informazione come “odore”. 

      Uno studio piuttosto recente, però, ha evidenziato che i neuroni olfattivi sono privi di questi recettori, presenti invece sulle cellule di supporto che li proteggono.

      L’ipotesi è, dunque, che siano queste le cellule danneggiate dal virus.

       

      La reazione immunitaria provoca un’infiammazione e del gonfiore in questo tessuto di sostegno, e quando l’infezione passa, le molecole odorose riescono di nuovo a raggiungere i neuroni, rimasti illesi. 

       

      Secondo gli scienziati, nei casi più gravi di infiammazione vengono danneggiati anche i neuroni olfattivi, che impiegano più tempo a rigenerarsi. Nei pazienti che hanno avuto questo iter, la ripresa delle piene capacità olfattive è più lenta, ed è preceduta da una fase di parosmia, in cui gli odori sono percepiti, ma in modo distorto.

      Si tratta di un processo transitorio, anche se spesso lento: i neuroni olfattivi si possono rigenerare, e lo fanno molto rapidamente se ci esponiamo spesso e con pazienza agli odori più caratteristici, in una sorta di fisioterapia per recuperare i sensi.

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      TAG:biologiacontagi coronaviruscoronavirusCOVID-19OMSpandemiapandemia coronaviruspandemia da coronavirusricercasalutescienzavirus
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