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Il 2024 ha rappresentato un anno peculiare per la stagione degli uragani atlantici, caratterizzato da un’attività ciclonica inferiore alle previsioni iniziali ma con danni particolarmente significativi. Tra il 1° giugno e la fine di novembre, si sono sviluppati 18 cicloni nominati, con 11 uragani, di cui 5 classificati come maggiori, e otto landfall complessivi, cinque dei quali hanno colpito direttamente gli Stati Uniti.

 

Questi dati superano la media stagionale, solitamente composta da 14 tempeste nominate, 7 uragani e 3 grandi cicloni. L’inizio della stagone è stato anticipato e contrassegnato dalla formazione della Tempesta Tropicale Alberto il 19 giugno, poi si è assistito a un periodo di relativa calma, ma tra settembre e ottobre si è vista una rapida intensificazione dell’attività, con 10 tempeste formatesi durante il picco stagionale. Complessivamente, i danni stimati sono stati pari a 200 miliardi di dollari, rendendo il 2024 la seconda stagione più costosa mai registrata.

 

Tra gli eventi più significativi, Beryl, il primo uragano di categoria 5 della stagione, si è distinto per la sua potenza senza precedenti e per i gravi blackout causati lungo il suo percorso. Successivamente, Helene ha devastato la regione del Big Bend in Florida il 26 settembre, portando precipitazioni superiori a 760 mm nella North Carolina e causando inondazioni catastrofiche che hanno reso impossibile l’intervento dei soccorritori in molte comunità isolate. Con oltre 230 vittime, è stato l’uragano più mortale della stagione.

 

A ottobre, Milton ha raggiunto il picco di intensità con venti di 290 km/h nel Golfo del Messico e una pressione di 897 millibar, indebolendosi a categoria 3 prima di toccare terra nei pressi di Sarasota il 9 ottobre. Nonostante l’indebolimento, i danni hanno superato i 30 miliardi di dollari, chiudendo una stagione particolarmente attiva per quanto riguarda i landfall negli Stati Uniti continentali.

 

Le condizioni oceaniche del 2024 hanno giocato un ruolo cruciale. Sebbene le temperature eccezionalmente elevate avrebbero dovuto favorire una stagione più intensa, il fenomeno El Niño-Southern Oscillation (ENSO) non è passato alla prevista fase di La Niña, limitando in parte l’attività ciclonica. Tuttavia, l’Energia Ciclonica Accumulata (ACE) è stata superiore del 34% rispetto alla media, mentre i bacini dell’Oceano Indiano e del Pacifico hanno registrato rispettivamente cali del 67% e del 37%, sollevando interrogativi sul possibile ruolo del cambiamento climatico nella redistribuzione dell’attività ciclonica globale.

 

Gli uragani, alimentati dalle calde acque tropicali con temperature superiori ai 26,5°C, si formano da disturbi tropicali che, attraverso un ciclo di convezione, si intensificano in tempeste tropicali e successivamente in cicloni. La loro struttura comprende un occhio centrale, circondato da una parete di venti intensi e bande di piogge che possono estendersi per centinaia di chilometri, causando mareggiate cicloniche e inondazioni devastanti lungo le coste.

Gli impatti osservati nella stagione 2024 ribadiscono l’importanza della preparazione comunitaria e della mitigazione. La costruzione di infrastrutture resistenti, l’adozione di piani di evacuazione tempestivi e una maggiore consapevolezza pubblica rimangono strumenti chiave per ridurre i rischi associati a questi fenomeni estremi. Nel frattempo, i meteorologi del National Hurricane Center continueranno a migliorare le previsioni e i sistemi di comunicazione, affrontando un clima sempre più imprevedibile e preparando il terreno per le sfide future.

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