Nonostante l’imponenza dello tsunami, che con i suoi 200 metri era il doppio dell’altezza della Statua della Libertà, il suo impatto è rimasto circoscritto al fiordo isolato della Groenlandia, tanto che l’evento ha ricevuto poca attenzione fino alla pubblicazione di uno studio quasi un anno dopo. Questa ricerca ha rivelato che le onde create dal tsunami hanno continuato a muoversi avanti e indietro all’interno del fiordo per una settimana intera, generando onde stazionarie perpendicolari alla direzione originaria del fenomeno.
Sebbene queste onde stazionarie siano rimaste confinate all’interno del fiordo, l’energia che hanno sprigionato è stata tale da provocare vibrazioni nella crosta terrestre, registrate anche da sismometri situati in altri continenti. Il Dr. Kristian Svennevig dell’Istituto Geologico della Danimarca e Groenlandia ha raccontato come all’inizio i ricercatori fossero disorientati: “Eravamo tutti confusi e nessuno aveva idea della causa di questi segnali”. Solo grazie a una vasta collaborazione internazionale e interdisciplinare è stato possibile risolvere l’enigma.
Le immagini satellitari della zona della frana hanno mostrato chiaramente la polvere sollevata dall’evento sia 30 minuti prima che 7 minuti dopo il crollo delle rocce.
A differenza dei violenti movimenti che i film catastrofici spesso associano ai grandi terremoti, i segnali sismici registrati nel settembre 2023 erano diversi: picchi regolari ogni 92 secondi, che si ripetevano per giorni senza diminuire di intensità. Inizialmente, i sismologi non sapevano cosa avesse provocato tali segnali, ma presto li hanno collegati alla frana in Groenlandia grazie a notizie locali e alle immagini satellitari che mostravano i cambiamenti nell’area. Successivamente, il sito è stato anche visitato per una verifica diretta.
Le onde stazionarie, o seiches, sono fenomeni già documentati in passato, ma solitamente duravano meno di un’ora e venivano rilevate entro un raggio di 30 chilometri dall’evento. In questo caso, invece, gli effetti si sono diffusi su una scala molto più ampia, grazie alla particolare conformazione stretta del fiordo che ha permesso uno studio approfondito di causa ed effetto.
Secondo Svennevig e i coautori dello studio, pubblicato su Science, il cambiamento climatico è probabilmente una delle cause principali della frana. Le forti variazioni di temperatura tra estate e inverno in Groenlandia rendono sempre più frequenti le valanghe durante lo scioglimento primaverile dei ghiacci. Tuttavia, il riscaldamento globale sta aggravando questa tendenza, aumentando il rischio di frane e altri eventi geologici estremi.