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Circa 3.000 anni fa, tra il 1370 e il 1010 a.C., un uomo che praticava la pesca nelle acque del Mare Interno di Seto, nell’arcipelago giapponese, fu vittima di un feroce attacco da parte di uno squalo di grandi dimensioni. Nonostante l’intervento dei suoi compagni, l’uomo subì ferite gravissime, con oltre 790 lesioni profonde e seghettate concentrate su braccia, gambe, torace e addome.

 

Dopo la sua morte, l’uomo fu sepolto nel cimitero comunitario del suo popolo, un sito archeologico noto come cimitero di Tsukumo Shell-mound, che venne scavato all’inizio del XX secolo. Per lungo tempo, i ricercatori sono rimasti perplessi di fronte alle numerose e variegate ferite, incapaci di spiegare come potessero essere state inflitte da strumenti in pietra o da animali conosciuti.

 

Tuttavia, ulteriori esami dello scheletro nell’ambito di un progetto più ampio sulla violenza nella preistoria giapponese hanno fornito una nuova chiave interpretativa. Il team, guidato da J. Alyssa White dell’Università di Oxford, ha osservato che le lesioni erano estremamente simili a quelle riscontrate nei casi moderni e archeologici di attacchi di squalo.

 

Collaborando con George Burgess, Direttore Emerito del Florida Program for Shark Research, il team ha ricostruito gli eventi che portarono alla tragica fine dell’uomo giapponese. Le analisi hanno indicato che lo squalo responsabile era probabilmente uno squalo tigre o uno squalo bianco.

 

L’individuo, denominato “Individuo No. 24”, apparteneva al popolo neolitico Jōmon del Giappone, una cultura semi-sedentaria che dipendeva fortemente dalle risorse marine.

 

Poco dopo la pubblicazione della storia dell’Individuo No. 24 nel 2021, due ricercatori hanno riesaminato dei lavori archeologici condotti decenni prima, che suggerivano un caso ancora più antico, risalente a circa 6.000 anni fa in Perù. I resti scheletrici rinvenuti mostravano segni compatibili con quelli degli attacchi fatali di squali: la gamba sinistra mancava, mentre il fianco destro e l’avambraccio destro presentavano segni profondamente seghettati tipici dei morsi di squalo.

 

Una datazione al radiocarbonio effettuata sui resti ossei ha stimato che il giovane abbia incontrato il suo tragico destino circa 6.000 anni fa. Successivamente, fu sepolto nella sua comunità insieme a vari oggetti funerari, tra cui una conchiglia marina e alcune corde legate insieme, che formavano una sorta di copertura sopra il corpo, posto in una fossa ovale nell’area centrale della piccola comunità costiera del Perù, dove vivevano gruppi intermittenti tra i 7.800 e i 4.000 anni fa.

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