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Islanda, gas tossici dal ghiacciaio

Sotto il Mýrdalsjökull una piena glaciale spinge verso valle acqua e solfuro di idrogeno: i valori superano la soglia sanitaria e le autorità invitano a tenersi a distanza.

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Sotto i ghiacci dell’Islanda sta accadendo qualcosa di insolito. Non un’eruzione, non un terremoto: acqua che si muove là dove nessuno la vede, dentro gallerie scavate nel ghiaccio da un calore che sale dal basso. Una piena causata dallo scioglimento dei ghiacciai sta ora defluendo da sotto il monte Mýrdalsjökull verso il fiume Múlakvísl, e chi conosce quella pianura desolata sa che si tratta di un fenomeno ricorrente, quasi stagionale. Ma non si tratta solo di acqua, e qui sorge un grave problema.

Una piena che nasce dove il ghiaccio incontra il calore

Il gas solfuro di idrogeno sta fuoriuscendo con l’acqua dell’alluvione e i livelli vicino al ghiacciaio hanno superato il limite di protezione sanitaria. È il tratto che distingue una piena glaciale islandese da una qualsiasi piena di fusione alpina. Sotto la calotta esistono aree geotermiche attive, veri e propri catini di ghiaccio che si formano perché il substrato è caldo: l’acqua si accumula lì per settimane, a volte per mesi, resta in contatto con rocce ricche di zolfo e si carica di composti disciolti. Quando la pressione vince la resistenza del ghiaccio, tutto quel materiale parte insieme, in quello che i geologi chiamano jökulhlaup, termine islandese ormai adottato dalla letteratura scientifica internazionale.

Ora l’alluvione si sta intensificando. La portata d’acqua è aumentata, il fiume si sta espandendo su un’area più vasta e la conduttività elettrica ha raggiunto livelli insolitamente elevati.

Il solfuro di idrogeno

Chi ha camminato in una zona geotermica conosce quell’odore pungente di uovo marcio che si attacca ai vestiti. Ecco: quello è il solfuro di idrogeno, un gas incolore che a basse concentrazioni si annuncia da solo, ma che alle concentrazioni pericolose ha un effetto perverso, perché satura l’olfatto e smette di essere percepito. Irrita occhi e vie respiratorie, brucia le mucose, e in ambienti chiusi o poco ventilati diventa rapidamente qualcosa di più di un fastidio.

Il punto tecnico che vale la pena sottolineare riguarda la densità. Il solfuro di idrogeno è più pesante dell’aria, quindi tende a stagnare nelle conche, nei fossati, negli avvallamenti del terreno, esattamente dove un escursionista si ferma per ripararsi dal vento. Su una pianura sabbiosa battuta dalle correnti, il rischio non è omogeneo: cambia di venti metri in venti metri. Per questo le autorità avvertono la popolazione di tenersi lontana dal fiume e soprattutto dalla zona in cui l’acqua sgorga da sotto il ghiacciaio, dove il gas può accumularsi nelle aree basse.

La conduttività elettrica

Il parametro che i tecnici guardano per primo non è il livello dell’acqua, ma la conduttività elettrica. L’acqua di fusione glaciale pura conduce pochissimo, perché è quasi distillata; l’acqua geotermica, al contrario, è carica di sali e di ioni disciolti e conduce molto di più. Un’impennata della conduttività segnala quindi che sta arrivando acqua di origine profonda, prima ancora che l’idrometro registri qualcosa di anomalo. È un tracciante chimico, ed è il motivo per cui il monitoraggio islandese piazza i sensori sui ponti e li interroga di continuo.

Precedenti che in Islanda nessuno dimentica

La memoria locale aiuta a capire perché l’allerta venga presa sul serio. Nel luglio 2011 una piena molto più violenta lungo lo stesso Múlakvísl spazzò via il ponte della Ring Road, la strada che fa il giro dell’isola, isolando per giorni un settore del Sud dell’Islanda nel pieno della stagione turistica. Il Mýrdalsjökull copre inoltre il sistema vulcanico del Katla, silenzioso dal 1918, monitorato con un’attenzione che va ben oltre la routine. Le piene di questo tipo non annunciano necessariamente un risveglio del vulcano, ma vengono lette come indicatori dello stato del sistema geotermico sottostante, e su un’isola che ha già mostrato al mondo cosa significhi la convivenza tra ghiaccio e fuoco nessuno considera prudente abbassare la guardia.

C’è poi la questione di fondo, quella che riguarda tutta l’Europa settentrionale. I ghiacciai islandesi arretrano da anni, e il fenomeno si intreccia con l’accumulo di polveri vulcaniche scure sulla criosfera, che abbassano l’albedo e accelerano la fusione. Meno ghiaccio significa meno peso sulla crosta, e il rapporto tra alleggerimento isostatico e attività magmatica è oggetto di studi seri, che raccontano di un legame tra ritiro dei ghiacci e vulcanismo meno astratto di quanto sembri.

Un monitoraggio continu9o

La rete di sorveglianza a sud del Mýrdalsjökull misura in continuo livello idrometrico, conduttività e temperatura dell’acqua, affiancata da sensori per i gas e da webcam puntate sul greto. Sono strumenti nati per intercettare in tempo reale proprio le piene di origine geotermica, e in questa occasione hanno funzionato come previsto: allerta emessa prima che il fiume mostrasse segni evidenti dall’esterno.

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