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Grandine sulle città. Perché dove viviamo c’è maggior rischio

Oltre mille temporali analizzati in Nord America e Asia orientale svelano un percorso trascurato: le celle si fondono, il calore delle città amplifica tutto, i chicchi crescono.

Antonio Lombardi di Antonio Lombardi
09 Giu 2026 - 19:15
in A La notizia del giorno, A Scelta dalla Redazione, Cambiamento climatico
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Grandinate devastanti nelle città.

Grandine sulle città: scoperto il meccanismo che la rende più violenta

Chi l’avrebbe detto che una metropoli potesse, in un certo senso, fabbricare grandine. Eppure è proprio ciò che lascia intendere un nuovo studio pubblicato su Nature Communications, capace di ribaltare un pezzetto di sapere ormai dato per scontato sui temporali violenti.

Per decenni i meteorologi hanno spiegato la grandine in un modo soltanto: una singola cella temporalesca, una corrente ascensionale abbastanza robusta, i chicchi che salgono e scendono finché diventano troppo pesanti per restare sospesi. Tutto giusto. Ma incompleto.

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I ricercatori hanno passato al setaccio oltre millecento grandinate – per la precisione 1.124, uno dei campioni più ampi mai studiati – in due aree dal clima molto diverso, il Nord America e l’Asia orientale. E hanno trovato un secondo copione, rimasto fino a oggi nell’ombra.

 

Quando i temporali si fondono in un grande super temporale

Le chiamano, in gergo, grandinate da fusione. Il principio è semplice: non una cella isolata, ma due o più celle convettive che si scontrano e si saldano. Dalla fusione nasce una corrente ascensionale di colpo più potente, e con essa una tempesta che, diciamolo, vale parecchio più di “uno più uno”.

I numeri parlano chiaro. Questo tipo di evento si verifica all’incirca il doppio delle volte rispetto alle grandinate classiche, e copre aree di chicchi più estese, intorno al 79% in più. Nel Nord America arriva a rappresentare il 63,5% di tutte le grandinate registrate. Insomma, altro che eccezione curiosa: è quasi la norma.

E le città? Qui sta il bello.

 

Il calore urbano alimenta la tempesta

Le grandinate da fusione si addensano vicino ai grandi centri abitati. Non per caso. Le città riversano nell’aria ciò che gli scienziati definiscono calore antropico: il calore di edifici, traffico, industrie, impianti di condizionamento. Un fiume di energia che scalda i bassi strati dell’atmosfera.

Aria più calda, atmosfera più instabile, condizioni ideali perché si formino molte celle ravvicinate. E più celle nascono, più diventa probabile che finiscano per fondersi. Una reazione a catena, in pratica, innescata dal termometro.

Anche questo lo studio lo misura. Quando la temperatura al suolo supera i 35°C, le grandinate da fusione diventano oltre quattro volte più frequenti di quelle ordinarie. Nei delta cinesi del Fiume Azzurro e del Fiume delle Perle, a ridosso delle megalopoli, lo scarto tra città e campagna tocca punte clamorose.

 

Cosa aspettarsi con il clima che cambia

Per provare a guardare avanti, il gruppo di ricerca ha addestrato un modello di intelligenza artificiale su oltre tremila segnalazioni di grandine al suolo. Il verdetto? Con il Riscaldamento Globale, le grandinate da fusione sono destinate a crescere nel Nord America, mentre quelle tradizionali caleranno.

C’è un dettaglio che fa riflettere. L’aumento non è lineare. Esiste una sorta di soglia: superato un riscaldamento di circa 3,5°C, la frequenza di queste tempeste schizza verso l’alto. E sommando l’effetto dell’isola di calore urbana – che da sola aggiunge in media 2,2°C nelle città statunitensi – al riscaldamento di fondo, quel limite potrebbe essere raggiunto già tra il 2040 e il 2050 nell’est del Nord America.

Non è una previsione al millimetro, e gli stessi autori invitano alla cautela.

 

Perché ci riguarda

La grandine non fa rumore come un uragano, eppure costa carissima. Negli Stati Uniti i danni assicurati superano il miliardo di dollari l’anno. In Cina, nel 2015, una stagione di grandinate ha danneggiato circa 670.000 abitazioni e provocato 57 vittime.

Aggiungiamoci che sempre più persone vivono nelle città, dove case, automobili e infrastrutture si concentrano. Il conto, se lo schema descritto dallo studio regge, rischia di lievitare.

Restano dei limiti, è ovvio. La ricerca andrà verificata su altre regioni – l’Australia, per dire – e non considera gli aerosol, che sulla microfisica delle nubi hanno la loro voce in capitolo. Però il messaggio di fondo non cambia: chi prova a prevedere la grandine farebbe bene a osservare non solo il singolo temporale, ma anche il groviglio di celle che gli ruota attorno. E, magari, la città che ci sta sotto.

 

Credit

  • Studio originale pubblicato su Nature Communications
  • Dati radar e segnalazioni di grandine forniti dall’Iowa Environmental Mesonet, Iowa State University
  • Rianalisi atmosferiche ERA5 ed ERA5-Land del Copernicus Climate Change Service (ECMWF)
  • Dati satellitari sulla copertura urbana del programma MODIS della NASA
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Antonio Lombardi

Antonio Lombardi

Dopo aver conseguito la laurea in Geologia presso l’Università degli Studi di Milano nel 2000, ha proseguito il suo percorso accademico con una seconda laurea in Astronomia presso l’Università "La Sapienza" di Roma, ottenuta nel 2006. L'interesse per l'astronomia lo ha portato successivamente a intraprendere un Master di specializzazione in Astronomia presso l’University of Arizona (Tucson, USA), uno dei principali centri internazionali per la ricerca astrofisica. In ambito professionale, si occupa anche di insegnamento, sia in contesti scolastici che in corsi e laboratori rivolti al pubblico generale, con un forte focus sull’approccio interdisciplinare tra geologia, astronomia e scienze ambientali.

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