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Grandine più grossa e distruttiva attesa anche in Italia

Un nuovo studio globale stima che entro fine secolo il potenziale distruttivo della grandine crescerà fino al 42%, ma con effetti opposti tra medie latitudini e tropici.

Grandinate sempre più devastanti

Grandine più grossa e distruttiva: come il clima cambia le tempeste

Chicchi grandi come palline da tennis. Auto ammaccate, tetti sfondati, raccolti spazzati via in pochi minuti. Non è la scena di un film catastrofico, ma il tipo di evento che potrebbe diventare sempre più comune mentre il pianeta si scalda. E i numeri, stavolta, parlano chiaro.

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Un gruppo di ricercatori della Peking University e della Central Michigan University ha provato a rispondere a una domanda che fino a oggi era rimasta in larga parte senza risposta: come cambierà la grandine nel mondo con il Riscaldamento Globale? Il lavoro, pubblicato sulla rivista Nature, arriva a una stima precisa. Il potenziale di danno delle grandinate a livello globale crescerà tra il 36,5% e il 42,1% entro la fine del nostro secolo. La forbice dipende, com’era prevedibile, da quante emissioni continueremo a immettere in atmosfera.

Perché proprio la grandine

Il 2024 è stato il primo anno della storia in cui le temperature medie alla superficie del pianeta hanno temporaneamente superato di 1,5°C i livelli preindustriali. Un confine simbolico, certo, ma anche un campanello d’allarme. E negli ultimi due anni le cronache hanno offerto più di un assaggio di quello che ci aspetta. Tempeste di grandine da miliardi di dollari hanno colpito Denver, negli Stati Uniti, e poi Parigi, in Francia, il 3 Maggio 2025, e ancora Pechino, in Cina, il 13 Maggio 2025. Gli ultimi due episodi, in particolare, non avevano precedenti nei rispettivi archivi storici.

Perché concentrarsi proprio sui chicchi di ghiaccio e non, che so, sulle ondate di calore o sulle alluvioni? Il motivo è economico, oltre che fisico. La grandine è uno dei fenomeni più costosi tra quelli legati ai temporali, e diversi analisti del settore assicurativo stimano che una singola grandinata eccezionale possa generare perdite paragonabili a quelle di un grande uragano. Insomma, non è una questione marginale.

Eppure, fino a poco tempo fa, quasi tutte le ricerche si erano limitate a scale regionali. Mancava il quadro d’insieme, soprattutto sulla dimensione dei chicchi – che è poi il vero motore del danno. Un chicco grosso il doppio non fa il doppio dei danni, ne fa molti di più, perché l’energia cresce in modo sproporzionato rispetto al diametro.

Come hanno fatto i calcoli gli scienziati

Per costruire una mappa globale, i ricercatori hanno preso in mano oltre 14.000 grandinate realmente avvenute tra il 2014 e il 2021, individuate dai satelliti praticamente in ogni zona del pianeta soggetta a questo fenomeno. Su ciascuna hanno poi applicato un modello che ricostruisce, passo dopo passo, il viaggio di un chicco di ghiaccio dentro la nube: la salita trascinato dalle correnti, la crescita, la discesa, lo scioglimento parziale prima di toccare terra.

A quel punto è bastato cambiare le condizioni di partenza. Temperatura e umidità sono state spinte verso i valori previsti per la fine del secolo, secondo tre diversi scenari di emissioni, dal più contenuto al più pessimista. Il confronto tra il “prima” e il “dopo” racconta una storia coerente, confermata anche incrociando più modelli climatici. Diciamolo: non è la solita proiezione fatta col righello su una tendenza passata, ma una simulazione del processo fisico vero e proprio.

Aria più calda, chicchi più grandi

Il meccanismo, a guardarlo da vicino, è quasi controintuitivo. Un’atmosfera più calda nei primi strati – quelli entro un chilometro dal suolo – trattiene più vapore acqueo. Più vapore significa più condensa, e quindi più calore liberato nella nube, che alimenta correnti ascensionali più vigorose. Sono proprio queste correnti a tenere i chicchi sospesi abbastanza a lungo da farli ingrossare.

Risultato? La frequenza dei chicchi con diametro pari o superiore ai 30 millimetri è destinata a salire tra il 37,9% e il 51,8%. Quella dei chicchi più piccoli, sotto i 30 millimetri, cala invece tra il 4,2% e il 12,3%. Detta in parole povere: meno grandine minuta, più grandine grossa. E sono proprio i chicchi sopra i 30 millimetri a guidare l’aumento del potenziale distruttivo complessivo.

C’è però un dettaglio che i ricercatori sottolineano con prudenza. I chicchi davvero enormi, sopra i 100 millimetri, restano talmente rari che le stime su di loro vanno prese con le pinze. Su quel fronte i dati non bastano per dire qualcosa di definitivo.

La quota di fusione tra le cause elemento

Se l’aria si scalda, però, non tutto gioca a favore dei chicchi giganti. Anche la quota a cui il ghiaccio inizia a sciogliersi si alza. E qui entra in scena un secondo effetto, opposto al primo.

Una quota di fusione più alta vuol dire due cose. Primo, i chicchi devono attraversare uno spessore maggiore di aria calda prima di arrivare al suolo, e quindi perdono più massa per fusione. Secondo, lo strato favorevole alla crescita si assottiglia. I chicchi più piccoli, già fragili, spesso non ce la fanno: si sciolgono per strada. Quelli grossi, invece, hanno abbastanza ghiaccio da resistere e toccano terra comunque belli pesanti.

È una specie di braccio di ferro tra forze contrapposte. Da una parte le correnti ascensionali più forti e l’abbondanza di acqua nella nube, che fanno crescere i chicchi. Dall’altra lo scioglimento, che li smangia. Lo studio mostra che, senza l’effetto frenante della quota di fusione, l’aumento dell’energia distruttiva sarebbe stato enorme, vicino al 150%. La fusione ne riassorbe gran parte. Ma il saldo, alla fine, resta in territorio positivo.

Non succede ovunque allo stesso modo

Ed è qui che la faccenda si fa interessante, perché la media globale nasconde realtà molto diverse. Alle medie e alte latitudini, dove il riscaldamento è marcato ma l’aumento di umidità è più contenuto, l’instabilità cresce abbastanza da avere la meglio sulla fusione. Risultato: più danni da grandine. Pensiamo a buona parte degli Stati Uniti, al Canada meridionale, alla Russia, all’Europa, all’Australia orientale.

Ai tropici e nelle regioni monsoniche, invece, succede il contrario. Lì il riscaldamento è debole, l’umidità aumenta parecchio ma lo strato utile alla crescita resta sottile, e così il potenziale di danno cala. La fascia equatoriale tra i 20° sud e i 10° nord, l’Australia settentrionale e il sud-est asiatico mostrano segnali in calo.

E l’Italia? Qui il quadro è sfaccettato, come spesso accade nel nostro Paese. Lo studio segnala aumenti più decisi proprio sull’Italia e sul resto del nord Europa, in controtendenza rispetto a Spagna e Penisola Balcanica, dove i segnali risultano in diminuzione. Un dettaglio che vale la pena tenere a mente, viste le grandinate sempre più violente che hanno colpito la Pianura Padana negli ultimi anni.

Il rischio che nessuno guarda

C’è poi un aspetto che rischia di passare sotto traccia. Quando i chicchi attraversano uno spesso strato di aria calda, una parte si scioglie e si trasforma in pioggia. Tanta pioggia, concentrata in poco tempo. Lo studio avverte che questo significa un rischio crescente di allagamenti improvvisi al suolo, proprio nelle stesse zone colpite dalla grandine.

In sostanza, lo stesso temporale potrebbe portare due flagelli insieme: ghiaccio che martella dall’alto e acqua che si accumula a terra. Un doppio colpo che le analisi tradizionali, basate solo su indicatori indiretti, tendono a trascurare.

Cosa aspettarsi dalle nostre città

Le tre città già colpite di recente – Pechino, Parigi e Denver – secondo le proiezioni sono destinate a fronteggiare rischi ancora maggiori in un clima più caldo, sia per dimensione dei chicchi sia per energia d’impatto. Ma attenzione, non vale per tutte allo stesso modo: Pechino, per esempio, non mostra necessariamente un peggioramento sotto gli scenari di emissioni più estremi.

Gli autori invitano alla cautela. Il loro è un modello che lavora su singoli eventi, e non cattura tutto: i cambiamenti nella frequenza dei temporali, gli spostamenti della corrente a getto, la diversa esposizione delle aree più densamente popolate. Il danno reale, del resto, dipende anche da quante persone e quanti beni si trovano sul percorso della tempesta. Una grandinata identica fa danni diversi sopra un campo coltivato o sopra un quartiere residenziale.

Resta il punto di fondo, ed è difficile aggirarlo. Un’atmosfera più calda e più umida tende a produrre chicchi più grandi, e i chicchi più grandi colpiscono più forte. La prossima volta che un cielo plumbeo si gonfia di nero in una sera d’estate, forse varrà la pena ricordarsene.

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