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      Home » E se questo Inverno potrebbe aprire a stagioni invernali nuovamente rigide? Cause, scienza
      A La notizia del giornoA Scelta dalla RedazioneAd PremiereCambiamento climatico

      E se questo Inverno potrebbe aprire a stagioni invernali nuovamente rigide? Cause, scienza

      Antonio Lombardi
      Antonio Lombardi
      Pubblicato: 09/02/2026
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      10 Min Lettura
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      La corrente del Golfo, parte integrante della Circolazione Meridionale di Rovesciamento Atlantica (AMOC), sta effettivamente riducendo la propria forza. Secondo studi scientifici autorevoli, come quelli pubblicati su Nature Communications e basati su dati osservativi e modelli climatici, l’AMOC ha mostrato un declino di circa 15% dalla metà del XX secolo, dovuto principalmente al Riscaldamento Globale, che aumenta l’apporto di acqua dolce dal disgelo dei ghiacci della Groenlandia, riducendo salinità e densità dell’acqua oceanica. Questo processo ostacola il normale affondamento delle acque fredde nel Nord Atlantico, rallentando il “nastro trasportatore” oceanico che trasferisce calore dai tropici verso l’Europa.

       

      Il NOAA e l’Università del Maryland hanno confermato un declino costante dal 1994, mentre l’IPCC considera improbabile un collasso completo entro il 2100, ma avverte di un ulteriore indebolimento con il proseguire delle emissioni di CO2. Ricerche recenti, come quelle di Ditlevsen et al. su Nature Communications, stimano un possibile tipping point tra il 2025 e il 2095, con un collasso intorno al 2050 in scenari di emissioni elevate, sebbene alcuni modelli contestino queste tempistiche per carenza di dati sufficienti.

       

      La corrente del Golfo sta dunque subendo un rallentamento progressivo, con implicazioni globali. Storicamente, eventi simili si sono verificati durante periodi glaciali. Durante il Younger Dryas (12.900-11.700 anni fa), un massiccio afflusso di acqua dolce dal disgelo del lago Agassiz in Nord America causò un rallentamento dell’AMOC, determinando un raffreddamento improvviso di 4-10°C in Groenlandia e nell’Europa settentrionale. Questo evento interruppe il riscaldamento post-glaciale, con ghiacciai in nuova avanzata e siccità diffuse nell’Europa meridionale e in Africa.

       

      Le conseguenze inclusero migrazioni umane, collassi ecosistemici e profondi cambiamenti nei pattern di precipitazione, con inverni più rigidi ed estati secche. Un altro episodio significativo fu l’evento 8.2 ka, circa 8.200 anni fa, quando un rallentamento analogo provocò un raffreddamento di 1-3°C in Europa per diversi secoli, incidendo sull’agricoltura nascente e sulle popolazioni neolitiche. Questi eventi, documentati da proxy paleoclimatici come carote di ghiaccio e sedimenti oceanici, dimostrano che un indebolimento dell’AMOC può innescare transizioni climatiche rapide, con l’Europa soggetta a temperature medie inferiori anche di 5-10°C, aumento delle tempeste e forti alterazioni dei cicli idrologici.

       

      Durante il Younger Dryas, l’Europa sperimentò un temporaneo “ritorno all’era glaciale”, con regressione delle foreste e migrazione della fauna verso sud. Oggi, un rallentamento analogo sta già favorendo la formazione di un “cold blob” nel Nord Atlantico, con SST inferiori di 1-2°C, e studi pubblicati su Science Advances prevedono un ulteriore declino del 13-15% entro il 2100. Le conseguenze storiche in Europa includono ridotta produttività agricola, carestie e instabilità sociale, come avvenne durante la Piccola Era Glaciale (1200-1850), quando un’AMOC più debole contribuì a inverni estremi, fiumi ghiacciati e raccolti falliti.

       

      Attualmente, l’indebolimento sta generando un “warming hole” nel Nord Atlantico, con temperature superficiali in calo mentre il resto del pianeta si riscalda. Le proiezioni indicano che un potenziale collasso potrebbe abbassare le temperature europee di 10-15°C nel giro di pochi decenni. Questo rallentamento è accelerato dal cambiamento climatico antropogenico: i modelli CMIP6 confermano un declino di 1-3 Sv per secolo, con riduzione del trasporto di calore oceanico e diminuzione della salinità. Gli eventi passati mostrano che tali cambiamenti non sono necessariamente graduali: il Younger Dryas si sviluppò in pochi decenni, con impatti duraturi su biodiversità e climi regionali, includendo desertificazione parziale in alcune aree europee e inondazioni in altre.

       

      La comunità scientifica concorda nel riconoscere rischi significativi legati al blocco o all’attenuazione della corrente del Golfo, pur con dibattiti su tempistiche ed entità. Pubblicazioni su Science, Nature e Geophysical Research Letters indicano che un collasso dell’AMOC potrebbe causare variazioni climatiche drastiche in Europa: inverni più freddi di 3-10°C nel Nord-Ovest, con estremi inferiori a -20°C in Scandinavia e nel Regno Unito, e un aumento delle tempeste atlantiche del 20-30%.

       

      I modelli CESM prevedono una riduzione delle precipitazioni estive del 10-20% in Europa centrale e meridionale, con siccità prolungate, mentre il Nord potrebbe sperimentare nevicate più frequenti. Studi pubblicati su Communications Earth & Environment collegano l’indebolimento all’anomalia fredda atlantica, con SST in calo di 1°C per secolo, parzialmente compensato dal Riscaldamento Globale. Emergono scenari contrastanti: alcuni modelli RCP8.5 ipotizzano un collasso post-2100 con forte raffreddamento nell’Europa settentrionale, altri RCP4.5 suggeriscono un indebolimento moderato, con estati più calde ma inverni più rigidi.

       

      Ricerche su Environmental Research Letters indicano che un collasso amplificherebbe gli estremi, con ondate di freddo invernali di settimane e siccità estive capaci di ridurre i raccolti del 30% in Francia e Germania. Alcune voci critiche, basate su dati RAPID, evidenziano una relativa stabilità dal 2004, ma la maggioranza delle valutazioni dell’IPCC AR6 concorda su un indebolimento del 34-45% entro il 2100. Ciò potrebbe tradursi in un “raffreddamento paradossale” europeo, con temperature medie invernali in calo di 1,5°C per decennio nel Nord e un aumento dei blocchi atmosferici responsabili di siccità nel centro-sud.

       

      Studi su HESS prevedono idroclimi più secchi, con fiumi come Reno e Danubio soggetti a riduzioni di portata del 15%, con impatti su energia idroelettrica e navigazione. Altri modelli, come quelli di Worthington et al., suggeriscono variazioni più contenute e un’Europa ancora in riscaldamento globale. Tuttavia, proiezioni pubblicate su Global Change Biology indicano effetti significativi sugli ecosistemi forestali europei, con migrazione verso sud delle specie boreali e perdita di biodiversità. Studi IOP Science mostrano un aumento del 50% delle ondate di calore nell’Europa orientale, mentre l’ovest potrebbe raffreddarsi. Le conseguenze includono anche un rialzo del livello del mare fino a 50 centimetri lungo la costa atlantica, con rischi di inondazioni in Paesi Bassi e Belgio, e uno spostamento delle aree agricole: vigneti francesi verso nord e cereali in Polonia sotto stress idrico.

       

      In Italia, un indebolimento della corrente del Golfo potrebbe amplificare gli effetti del clima mediterraneo, secondo studi pubblicati su Nature Geoscience. Ricercatori di ENEA e CMCC prevedono estati più secche e calde, con ondate di calore in aumento del 30-50%, e inverni più variabili, con possibili gelate al Nord dovute a blocchi atmosferici atlantici. Il Mediterraneo potrebbe riscaldarsi di 2-4°C entro il 2100, mentre le precipitazioni al Sud potrebbero ridursi del 20%, con forti ripercussioni sull’agricoltura. Colture simbolo come olivo e vite in Sicilia e Puglia rischiano stress idrico, con cali produttivi del 15-30%.

       

      Analisi pubblicate su Firenze University Press indicano che un’AMOC più debole potrebbe raffreddare le acque atlantiche, influenzando indirettamente l’Italia attraverso pattern atmosferici alterati, aumento della polvere sahariana e siccità nel centro-sud. Ricercatori del CNR stimano un innalzamento del mare tra 50 e 100 centimetri, con gravi rischi per Venezia e il delta del Po. Alcuni modelli suggeriscono che l’Italia, per la sua posizione meridionale, potrebbe sperimentare un raffreddamento relativo rispetto al Nord Europa, ma accompagnato da eventi piovosi estremi lungo l’Appennino.

       

      I Paesi del Nord Europa stanno intensificando le strategie di adattamento ai cambiamenti dell’AMOC, con l’Islanda in prima linea. Nel 2025, l’Islanda ha definito il possibile collasso dell’AMOC una minaccia esistenziale per la sicurezza nazionale, affrontandolo a livello di Consiglio di Sicurezza. Le previsioni indicano inverni più freddi di 10°C, maggiore estensione dei ghiacci marini e tempeste più violente, con rischi di blackout energetici e cali della pesca del 20%. Anche le Isole Britanniche si preparano a un raffreddamento di 3-5°C, mentre Germania e Polonia affrontano il rischio combinato di siccità estive e gelate invernali.

       

      Un’open letter firmata da 40 scienziati avverte del rischio di “freddo estremo” nel Nord Europa, sottolineando l’urgenza di una cooperazione internazionale. Nel complesso, la scienza delinea un’Europa sempre più esposta a climi estremi: freddo intenso al Nord, siccità al Sud, con impatti rilevanti su sicurezza alimentare, energetica ed ecosistemi, in un contesto di incertezza su tempi e irreversibilità del processo.

       

      Crediti
      NOAA – https://www.noaa.gov
      IPCC – https://www.ipcc.ch
      Nature Communications – https://www.nature.com/ncomms
      Science Advances – https://www.science.org/journal/sciadv
      CMCC – https://www.cmcc.it
      ENEA – https://www.enea.it

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