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Stratwarming, perché quest’anno preoccupa gli esperti. Evento meteo straordinario

Stratwarming e Vortice Polare: l’invisibile miccia che accende il gelo

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Magari non ci facciamo caso. Camminiamo per strada, stretti nei nostri cappotti, e diamo per scontato che il tempo che fa sia deciso dalle nuvole che vediamo rincorrersi sopra i tetti o dal vento che ci scompiglia i capelli. Invece no. O meglio, non solo. C’è una regia occulta, una sorta di “stanza dei bottoni” situata molto più in alto, dove l’aria è così rarefatta che nessun essere umano potrebbe respirare senza aiuto.

Siamo nella Stratosfera. Ed è qui, tra i 10 e i 50 chilometri di quota, che ogni tanto accade l’imponderabile

I meteorologi lo chiamano Stratwarming. O, per darsi un tono più accademico e rispettare la dicitura internazionale, Sudden Stratospheric Warming (SSW). Ma al di là delle sigle, di cosa stiamo parlando davvero? Immaginate una febbre. Una febbre improvvisa, violenta, che colpisce l’atmosfera sopra il Polo Nord. Non un riscaldamento timido, di quelli che fanno appena alzare il sopracciglio. Parliamo di temperature che, nel silenzio cosmico lassù, schizzano verso l’alto di 40°C, 50°C, a volte anche 70°C nel giro di pochi giorni.

È una fiammata termica. Un urlo nel silenzio. E questo calore improvviso è un colpo diretto al cuore del sistema che governa i nostri inverni: il Vortice Polare.

Ormai ne abbiamo sentito parlare fino alla nausea nei telegiornali, spesso a sproposito. Ma proviamo a visualizzarlo per quello che è: una gigantesca trottola di aria gelida che ruota vorticosamente in senso antiorario sopra l’Artico. È il guardiano del freddo. Finché gira veloce, compatto, il gelo se ne sta buono lassù, confinato al Polo, come un animale in gabbia. Noi, alle medie latitudini – in Italia, in Francia, nel cuore dell’Europa – ce ne stiamo relativamente tranquilli, accarezzati dalle correnti miti occidentali che arrivano dall’Atlantico.

Ma quando arriva lo Stratwarming, è come se qualcuno tirasse un calcio a quella trottola. L’equilibrio si rompe. Il vortice barcolla, rallenta. A volte si ferma del tutto. Nei casi più estremi – ed è qui che la storia si fa affascinante – inverte addirittura il senso di marcia. I venti iniziano a soffiare da Est verso Ovest. È l’inizio del caos.

Il difficile dialogo tra cielo e terra

Però – diciamolo subito per onestà intellettuale – non è una matematica esatta. Non è che lassù qualcuno accende l’interruttore e quaggiù nevica. Magari fosse così semplice; le previsioni sarebbero una passeggiata e non ci sbaglieremmo mai.

Il vero problema è la trasmissione del segnale. I tecnici lo chiamano coupling, accoppiamento tra Stratosfera e Troposfera (il piano terra dove viviamo noi). Immaginatevi di vivere in un condominio: se al piano attico fanno una festa scatenata, non è detto che al piano terra si senta la musica. Dipende da quanto sono spessi i muri, da come si propaga il suono. A volte la Stratosfera urla, si scalda, si agita, ma la Troposfera si tappa le orecchie. Il vortice si rompe in alto, ma in basso le correnti continuano a scorrere dritte come fusi. In quei casi, l’inverno prosegue mite, lasciandoci con un pugno di mosche e tante aspettative deluse.

Ma quando il telefono squilla e qualcuno risponde… beh, allora prepariamoci.

Se l’impulso riesce a sfondare il muro e scendere verso il basso, succede l’impensabile. I venti zonali (le famose correnti occidentali o Westerlies) crollano. Si fermano. È come se il nastro trasportatore che ci porta l’aria mite dell’oceano si inceppasse. Al suo posto, si apre la porta del freezer. Il Vortice Polare ferito può reagire in due modi. O viene spintonato via dalla sua sede naturale (dislocamento), finendo magari a roteare sopra la Siberia o il Canada, oppure subisce un destino più drammatico: lo split. Si spacca. Si divide in due o tre lobi gelidi che iniziano a vagare per l’emisfero come trottole impazzite, piene di aria artica pronta a riversarsi verso sud.

L’enigma europeo e la chiave della NAO

Ora, stringiamo il campo. Cosa succede davvero nel Vecchio Continente? Perché noi europei abbiamo un rapporto così complicato con il freddo vero? Qui entra in gioco un altro attore protagonista, un indice che chi ama la meteorologia controlla ogni mattina come fosse l’oracolo di Delfi: la NAO (North Atlantic Oscillation).

Quando uno Stratwarming potente (tipo Major) riesce a condizionare la bassa atmosfera, il primo effetto visibile è il crollo di questo indice. La NAO va in negativo. In parole povere? Significa che il motore atlantico si spegne. La depressione d’Islanda e l’Anticiclone delle Azzorre, che di solito giocano a braccio di ferro, smettono di spingere. Si forma un “blocco”. Un muro invisibile di alta pressione si piazza in mezzo all’Atlantico, a volte risalendo fino alla Groenlandia.

Questo blocco è la chiave di volta di tutto l’inverno europeo. Costringe l’aria fredda – quella siberiana, il temibile Burian, o quella artica marittima – a scendere sul suo fianco orientale. È una manovra a tenaglia. L’aria gelida punta dritta verso l’Europa Centrale e il Mediterraneo.

Ma attenzione. Qui c’è un dettaglio che fa la differenza tra una giornata fredda e una nevicata storica. Se arrivasse solo il freddo continentale, avremmo giornate di ghiaccio, cieli azzurri, tersi, e temperature di -8°C o -10°C in Pianura Padana. Bellissimo, suggestivo, ma secco. Niente neve. Per la “dama bianca”, per quella magia che paralizza le città e fa tornare tutti bambini, serve l’ingrediente umido.

Con la NAO negativa, le perturbazioni atlantiche non possono più passare alte. Sono costrette a scendere di latitudine, a passare “sotto” il blocco. Entrano nel Mediterraneo dalla porta di servizio – dalla Spagna, dalla Valle del Rodano. Ecco la ricetta perfetta, quella chimica instabile e rara: un cuscino di aria gelida che si è depositato al suolo nei giorni precedenti.

Un fronte caldo e umido che risale e ci scorre sopra. Risultato? Nevicate copiose. Pesanti. Anche in pianura, anche sulle coste a volte. Basta un grado in più e diventa pioggia, basta un ritardo di sei ore e il cuscino viene spazzato via dallo scirocco. È un equilibrio precario, ed è forse per questo che ci affascina tanto.

Nord America: un altro pianeta (geografico)

Spesso mi chiedono: “Ma se il Vortice si rompe, gela tutto l’Emisfero Nord?”. Magari. O per fortuna no, dipende dai gusti. La verità è che noi e gli americani viviamo due inverni diversi, figli di due geografie opposte. Negli Stati Uniti e in Canada, le catene montuose principali – le Montagne Rocciose – corrono da Nord a Sud. Sono come autostrade spalancate per il freddo. Non c’è nulla che fermi l’aria artica.

Quando un lobo del Vortice Polare si piazza sul Canada, l’aria gelida cola giù come melassa, senza ostacoli, arrivando a congelare le fontane in Texas o a portare la neve sulle spiagge della Florida. Sono ondate di gelo brutali, dirette, senza filtri. In Europa, la situazione è più complessa. Noi siamo protetti – o condannati, a seconda dei punti di vista – dalle Alpi, che corrono da Ovest a Est, e soprattutto dal Mar Mediterraneo, che è una gigantesca riserva di calore.

Inoltre, spesso accade il fenomeno dell’altalena. Quando il Nord America è nella morsa del gelo, l’Europa si trova sotto la risalita calda pre-frontale richiamata proprio da quella profonda saccatura americana. Quante volte abbiamo visto New York sotto la bufera e Roma con 18°C? Tuttavia, gli eventi di Stratwarming più potenti hanno la capacità di “democratizzare” il freddo. Se il moto diventa retrogrado – cioè da Est verso Ovest – il gelo russo può investire l’Europa indipendentemente da quello che succede oltreoceano. È lì che si scrivono le pagine di storia della meteorologia.

Il paradosso climatico: più caldo, ma più estremo?

E qui arriviamo al punto dolente. Quello su cui si accapigliano non solo gli appassionati sui social, ma anche gli scienziati nei convegni. Viviamo nell’epoca del Riscaldamento Globale. È un fatto, non un’opinione. I dati urlano, i ghiacciai fondono. Eppure, paradossalmente, continuiamo a vedere eventi di gelo che sembrano usciti da un’altra era. Come si spiega?

Alcuni studi molto seri suggeriscono che un Artico più caldo – e sappiamo che il Polo si sta scaldando a una velocità doppia o tripla rispetto al resto del pianeta – stia in realtà sabotando il Vortice Polare. Il vortice, per girare veloce, ha bisogno di differenza di temperatura tra l’Equatore (caldo) e il Polo (freddo). Se il Polo si scalda, questa differenza diminuisce. Il motore perde giri. Un vortice “pigro” è un vortice che ondula di più. Che si lascia disturbare più facilmente dagli Stratwarming.

Quindi – ed è qui il paradosso – potremmo andare incontro a inverni mediamente più miti, “sciacquati”, anonimi, ma interrotti bruscamente da sciabolate gelide feroci causate dal collasso del vortice. C’è però una differenza sostanziale rispetto al passato, e bisogna ammetterlo. Nel 1985 o nel 1956, il gelo arrivava su un territorio che era già freddo. Trovava terreno fertile. Oggi, quando arriva il Burian, deve lottare contro un “background” più caldo. Fa più fatica ad affermarsi. Spesso le ondate di gelo sono intense, cattive, ma brevi. “Mordi e fuggi”. La neve al suolo dura meno. È un inverno che fa la voce grossa ma ha il fiato corto.

Quando la scienza guarda in alto

La ricerca non si ferma. Le pubblicazioni scientifiche su riviste come Nature o Science stanno cercando di mappare questa nuova normalità. Si è notato, per esempio, che il timing è tutto. Uno Stratwarming a Gennaio ha tutto il tempo di rovinare – o salvare, per i nivofili – la stagione. Uno a fine Febbraio, come successo spesso negli ultimi anni, combatte contro l’avanzare della primavera solare. Lì è una lotta contro il tempo, una corsa a ostacoli contro il sole che si alza sull’orizzonte.

Insomma, alzare gli occhi al cielo non basta più. Bisogna guardare oltre, dove l’occhio non arriva. Quello che succede tra la Stratosfera e la troposfera resta uno dei campi di indagine più complessi e affascinanti. Non ci sono certezze granitiche, solo probabilità. È un sistema caotico dove il battito d’ali di una farfalla – o meglio, un riscaldamento ai confini dello spazio – può decidere se domani dovremo spalare la neve davanti al garage o se usciremo col cappotto leggero.

E forse, in fondo, è meglio così. In un mondo dove tutto è programmato e prevedibile, lasciare che sia il Vortice Polare a decidere l’ultimo colpo di scena ha ancora un suo fascino romantico. Noi restiamo qui, a controllare le mappe, aspettando quel segnale rosso sulla carta che annuncia l’arrivo del generale Inverno.

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