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Quando un freddo Inverno diventa davvero indimenticabile: la grande nevicata

Quell’inverno del 1985: perché resta unico e cosa ci ha insegnato

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Eh sì, da Gennaio 1985 sono trascorsi quarant’anni. E se ad oggi viene ancora rievocato e raccontato è perché quel fenomeno atmosferico fu veramente estremo e incise nella memoria di Chioggia e di chi ha un’età sopra i cinquant’anni, che ha vissuto quelle giornate soprattutto sull’Italia centro-settentrionale e la Sardegna. La neve si mostrò a Roma, Firenze, Cagliari, Sassari e poi diffusamente al Nord Italia, successiva però a una fase di gelo particolarmente acuta.

Si potrebbe definire quell’evento meteo il fenomeno ideale, assolutamente l’inverno perfetto per gli appassionati di neve. Molto meno, però, per chi si deve spostare tutti i giorni per andare al lavoro o a scuola – anzi, magari le scuole rimangono chiuse. Ma un evento meteo come quello del 1985 è fatto di disagi, e non solo definiti così a parole, anche perché le nostre città non sono abituate a ricevere grosse quantità di neve e di ghiaccio. Sì, abbiamo un ricordo molto più recente di un evento meteo estremo, quello del 2012, ma credetemi: fu imparagonabile, sulla base dei dati meteo che abbiamo a disposizione, sia per quanto riguarda l’intensità sia per la durata del gelo.

Pensate che le temperature scesero a valori sotto i -20°C nelle pianure toscane; si sfiorarono i -30°C in Pianura Padana. Una cosa incredibile, devo dire, quando in questi inverni si scende a malapena di qualche grado Celsius sottozero. E sì, quel vento freddo della Siberia fu così eccezionale e persistente da determinare situazioni atmosferiche che rievocavano fenomeni narrati da lontano, quelli del 1956, quando a Febbraio l’Italia fu colpita da un’altra ondata di gelo ben più che estrema.

Questi fenomeni meteo non possono essere considerati normalità: sono condizioni atmosferiche fuori dalla norma, straordinarie, qualcosa di eccezionale che comporta anche dei record. Oggi parliamo spesso di record per il caldo, ma quello fu di freddo. Poi c’è da chiedersi: potrebbe tornare in Europa e in Italia un evento meteo come quello del 1985? Abbiamo molte volte affrontato questo argomento: in linea teorica potrebbe succedere un fenomeno analogo – non uguale, ovviamente. La temperatura globale da allora è aumentata; tuttavia c’è l’Amplificazione Artica, un fenomeno di cui si parla poco, che può innescare fenomeni meteorologici estremi e lo sta facendo, laddove è molto più veloce il susseguirsi di fasi di freddo e di clima mite, come per esempio nel Nord America, dove l’aria fredda non viene dalla Siberia, ma bensì dalle pianure sterminate e ghiacciate del Canada.

Ovviamente non vi possiamo dire: quest’anno ci sarà un fenomeno meteo del genere. Sarebbe veramente folle solo prospettarlo. Il 1985, ora come ora, resta unico e forse rimarrà l’ultimo evento meteo così estremo in Europa. Forse. Non sappiamo cosa ci riserverà il futuro, nel meteo sempre più estremo che sta interessando il nostro pianeta. L’Europa, rispetto a quello che succede in altri Continenti, si sta salvando – si potrebbe dire – dalle ondate di gelo estremo; da noi arrivano soprattutto quelle di caldo e abbiamo, in particolare, stagioni invernali che sono completamente cambiate.

Abbiamo aree che rischiano la desertificazione perché dovrebbe piovere durante la stagione invernale ed invece, in inverno, c’è l’alta pressione: non transitano le perturbazioni. Ed è questo, ad esempio, uno di quei periodi in cui potrebbero velocemente susseguirsi una dietro l’altra e, come vedete, neanche in Italia riescono a raggiungerci se non frastagliate; poi però, quando arrivano, provocano nubifragi, come quelli che abbiamo visto l’altro giorno in Puglia, violentissimi acquazzoni in Sardegna, per citare qualche evento, oppure a Novembre quelli che abbiamo visto in Friuli Venezia Giulia con l’alluvione estrema nella provincia di Gorizia. Ecco, questa è l’estremizzazione climatica. E questa estremizzazione climatica, in altri Continenti, la stanno osservando a volte anche con fenomeni meteo di freddo estremo.

Nell’inverno australe si è verificata un’ondata di freddo precoce e violentissima nel Sudamerica. Qui il freddo ha raggiunto anche Buenos Aires, dove è caduta la neve – neve che in città non ha attecchito, ma sulle spiagge attorno sì – e poi in Uruguay il grande gelo ha ghiacciato addirittura torrenti e laghetti. Il gelo ha poi interessato il sud del Brasile, gli altopiani del Mato Grosso, dove ci sono enormi piantagioni di caffè, e lì ha procurato danni ingentissimi. E poi ci sono le aree del Sudafrica interessate da ondate di freddo e da nevicate fino a quote insolite; in montagna, a quote adeguate, grandi nevicate come non se ne vedevano da molto tempo. Anche perché lì, da loro, le precipitazioni nevose sono irrisorie, non tanto perché si chiami Africa, bensì perché sono aree semidesertiche con scarse precipitazioni. Eppure sono caduti anche oltre 30-40 centimetri di neve. Grande neve poi l’hanno vista in Australia, e anche freddo intenso.

Ecco: quando raccontiamo questi fenomeni meteo così estremi, che poi abbiamo visto anche nell’emisfero Nord, sembra quasi che non ci sia il Cambiamento Climatico. Invece è proprio il Cambiamento Climatico a determinare queste situazioni così fuori dal comune, anche perché poi il resto dell’inverno, anche da quelle parti dove ho citato ondate di freddo o nevicate, le temperature sono state mediamente superiori alla media. Gli inverni sono sopra le temperature medie – lo sono e lo saranno anche in Europa – però ciò non esclude ondate di freddo estreme.

Quest’oggi ho deciso di narrarvi cosa accadde nel Gennaio 1985, partendo però dalla fine di Dicembre di quell’anno, perché è molto importante ricordare il meteo del passato per capire quello del futuro. E per concludere questa parte: sì, è vero, ci sono nel 2025 indici di comportamento del clima che possono innescare fenomeni meteo così estremi come quelli del 1985, ma non significa che succederanno. C’è, ad esempio, la possibilità che si verifichi un fortissimo riscaldamento della Stratosfera – uno Stratwarming – e allora sì che il freddo potrebbe giungere in Gennaio, un periodo ideale per avere temperature veramente bassissime e poi, nel caso, anche nevicate. Ma questo nessuno di noi è in grado di prevederlo e nessuno lo sta prevedendo. Ne stiamo parlando perché è inverno, ed è d’inverno che si deve parlare; ma vi parleremo anche di alta pressione, di situazioni anomale, di caldo invernale, vedrete. E questa parte fa un po’ male, devo dire, perché cancella l’inverno, cancella la stagione che avevamo un tempo e che, effettivamente, non tornerà mai più.

Gennaio 1985: un inverno che ha fatto epoca

A raccontarlo oggi sembra quasi una leggenda, e invece fu tutto incredibilmente reale: Gennaio 1985 divise in due la memoria climatica dell’Italia. Un prima normale, un dopo segnato da un freddo che definire brutale è persino poco. Non fu “un” inverno, fu l’Inverno, quello che ancora si pronuncia con l’iniziale maiuscola.

E pensare che Dicembre 1984 era scivolato via senza rumore, mite, quasi disattento. Ma mentre la penisola viveva una calma apparente, sopra il Polo Nord si preparava un meccanismo complesso: l’alta pressione delle Azzorre si allungò anomala verso Groenlandia e Islanda, creando un blocco capace di deformare il Vortice Polare. Non solo indebolito: letteralmente spezzato in due. Un lobo verso il Canada, l’altro – quello che ci riguardava – diretto verso Europa e Mediterraneo. Le reanalisi moderne di ECMWF e NOAA oggi lo mostrano come una figura geometrica perfetta; allora erano solo carte sinottiche che facevano intuire un pericolo.

Poi accadde una scena che molti ricordano ancora: il Generale Andrea Baroni, in TV, introduce una parola quasi aliena per l’epoca – Stratwarming. Con la sua calma inconfondibile avvertì gli italiani: l’aria gelida stava per essere “spinta” verso sud da un improvviso Riscaldamento Stratosferico. Non parlò di semplice freddo, parlò di un evento paragonabile al 1929 o al 1956. In molti pensarono fosse esagerato. Non lo era.

L’irruzione (1-4 Gennaio)

L’aria artica arrivò come una lama sottile, secca, pungente. Entrò da nord-est e nord-ovest, passando per la Porta della Bora e per la Valle del Rodano. Le temperature precipitarono di 10-15°C nel giro di poche ore. Era un freddo “straniero”, quasi siderale. Tutto sembrava improvvisamente più fragile: vetri che scricchiolavano, auto che tossivano, fiati che diventavano subito fumo.

L’Epifania bianca (5-8 Gennaio)

Tra il 5 e l’8 Gennaio, la Italia pareva entrata in un freezer. Il 6, giorno dell’Epifania, sarà ricordato come uno dei più gelidi della storia repubblicana. Roma si svegliò sotto una neve elegante e insolita, capace di zittire la città in un soffio. Cupole impolverate, fori romani come scenografie sospese: una bellezza fragile, quasi irreale.

E non finì lì: nevicò in Sicilia, fiocchi comparvero lungo le coste della Campania. Il gelo aveva smesso di essere “una cosa del Nord”: era un affare nazionale.

I record del gelo (10-12 Gennaio)

Quando il cielo si aprì, tra il 10 e il 12, accadde il peggio. L’effetto albedo amplificò tutto. A Firenze Peretola si toccarono -23,2°C, valore quasi inimmaginabile. L’Arno ghiacciò in superficie e qualcuno – sfidando la logica – ci camminò sopra. In Emilia Romagna, soprattutto nelle campagne, si andarono a sfiorare punte di -25°C. Una fredda mitologia che ancora si racconta nelle serate d’inverno.

La “nevicata del secolo” (13-17 Gennaio)

Mentre il Nord era un unico blocco di ghiaccio, l’atmosfera preparava il secondo atto. Sulla Pianura Padana si era creato un “cuscinetto freddo” perfetto. Da sud arrivò una perturbazione umida: l’incastro ideale per una nevicata gigantesca.

Il 13 Gennaio la neve iniziò a cadere fine, asciutta, una polvere ostinata che attecchiva ovunque. Tra il 14 e il 16 Gennaio si raggiunse l’apice: Milano venne sepolta da 70-90 centimetri. Le auto sparirono sotto forme bianche indistinte, i tram sprofondavano in piste candide, la città rallentò fino quasi a fermarsi. Arrivarono i carri armati dell’Esercito per schiacciare la neve e aprire varchi: un’immagine quasi surreale.

A Trento, gli accumuli sfiorarono addirittura i 150 centimetri. Molti quartieri sembravano canyon, con la neve spalata a creare muri alti oltre il metro e mezzo.

Il 17 Gennaio arrivò il simbolo fisico della tragedia: il crollo del tetto del Palasport di San Siro, schiacciato dal peso della neve bagnata. Nessuna vittima. Solo la presa di coscienza che quella nevicata era fuori da ogni scala.

Il gelo che uccise gli ulivi

Se le città raccontano il lato scenografico, le campagne del Centro-Nord ne ricordano il dolore. Tra l’11 e il 13 Gennaio, temperature siberiane tra -20°C e -23°C fecero letteralmente esplodere i tronchi degli ulivi. La linfa ghiacciava, si espandeva, e il legno cedeva con un suono secco, simile a uno sparo.

In Toscana, secondo le stime, morirono o furono gravemente danneggiati tra il 20 e il 30 milioni di ulivi. Il paesaggio cambiò colore: dal verde argenteo al marrone bruciato. Interi colli sembrarono improvvisamente più tristi, più nudi. In Primavera si ricorse alla capitozzatura: tagli profondi, drastici, per tentare una rinascita. Ci vollero anni perché tornasse un po’ di normalità.

La vita quotidiana nel grande gelo

Il freddo mise in crisi ogni abitudine. Il gasolio diventava gelatina, intasando motori e filtri. La scena – oggi quasi impensabile – di camionisti che accendevano piccoli fuochi sotto i serbatoi per riscaldare il carburante diventò improvvisamente comune. Le auto diesel restavano mute; vecchie utilitarie a benzina, invece, partivano senza problemi. Una piccola rivincita della semplicità meccanica.

Le tubature dell’acqua esplodevano. Il gas scarseggiava. I termosifoni si spegnevano proprio quando servivano di più. Famiglie intere si accalcavano in una sola stanza, la più calda, dormendo con sciarpe e cappelli. Le finestre interne ghiacciate, il fiato che si condensava: la quotidianità era diventata improvvisamente primitiva.

Le scuole chiusero ovunque. Ragazzi con gli sci in Piazza Duomo, fondisti che attraversavano Bologna, qualcuno perfino sull’Arno ghiacciato. Per un attimo le città cambiarono pelle. La neve rendeva tutto più lento, più silenzioso. Niente cellulari, niente internet: se cadevano le linee telefoniche – e cadevano spesso – si restava isolati davvero.

Eppure, in quel silenzio bianco, molti ricordano anche qualcosa di sorprendentemente umano: vicini che si aiutavano a spalare, legna condivisa, pasti caldi offerti senza pensarci troppo. Un’Italia diversa, fragile ma solidale, capace di fermarsi e guardarsi negli occhi.

Crediti:
Organizzazione Meteorologica Mondiale
ECMWF

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