(METEOGIORNALE.IT) Purtroppo, sul fronte del caldo estivo, le notizie che arrivano dai centri meteorologici non sono affatto incoraggianti, anzi, diciamolo senza mezzi termini: sono decisamente brutte. I modelli matematici che utilizziamo per le previsioni meteorologiche forniscono sempre e soltanto delle stime, è vero, ma quando queste stime iniziano a convergere tutte verso la stessa direzione negativa, allora la preoccupazione diventa legittima e fondata.
Anche riguardo al tanto agognato raffreddamento che era stato previsto per la prossima settimana, quella boccata d’aria fresca che tutti stavamo aspettando con impazienza, tutta la struttura previsionale sta iniziando a smentire questo evento che sarebbe stato più che gradito per consentire una vita estiva meno caratterizzata da quello che, senza timore di esagerare, possiamo definire caldo folle. È frustrante vedere come le previsioni che inizialmente sembravano promettenti si stiano progressivamente deteriorando, lasciando spazio a scenari sempre meno confortanti.
So bene che gli aggettivi che utilizziamo per indicare l’eccesso di calura non piacciono molto a tutti, perché creano inevitabilmente la sensazione di esagerazione nei termini, di allarmismo forse eccessivo. Ma come si fa concretamente a parlare di normalità climatica quando ci troviamo di fronte a dati così lampanti e inequivocabili? Se prendiamo ad esempio città come Milano e Roma, che in questo periodo dell’anno dovrebbero registrare valori medi delle temperature massime intorno ai 27-28°C, e invece sistematicamente si trovano a registrare 35°C ed oltre, allora è evidente che non stiamo parlando di semplici fluttuazioni stagionali.
Questa si chiama tecnicamente ondata di caldo, e non è un termine utilizzato a caso o per fare sensazionalismo. Niente a che fare con le onde di calore record, quelle che frantumano tutti i record storici precedenti, è vero, ma anche se la persistenza e il lungo periodo di durata di queste ondate di calore rappresentano comunque un evento meteorologico estremo, un record di tipo diverso che non abbatte necessariamente quelli precedenti in termini di picchi assoluti, ma che esprime comunque fortissime anomalie del tempo atmosferico estivo per intensità e soprattutto per durata.
Il risultato di tutto questo è che si snatura completamente quella che dovrebbe essere la bella stagione, trasformandola paradossalmente in un pessimo periodo dell’anno, dove le attività all’aperto si riducono drasticamente e si limitano sempre di più le ore che si possono trascorrere serenamente all’aria aperta. È un controsenso che stride con la nostra cultura mediterranea, con le nostre abitudini consolidate, con quel concetto di estate come stagione di libertà e vita all’aperto che ha caratterizzato generazioni intere.
Il caldo che sta iniziando a farsi strada in questi giorni sarà inevitabilmente causa di quei disagi ormai fin troppo noti che accompagnano ogni estate degli ultimi anni. Ma viene spontaneo chiedersi: serve davvero ancora parlarne di questi disagi, o è ormai sufficiente viverli e subirli passivamente? La risposta non è semplice, perché ciascuno di noi, individualmente, li vive e li affronta a suo modo, sviluppando strategie di sopravvivenza personalizzate che vanno dalla negazione al rifugio totale. C’è chi si tappa letteralmente in casa con il climatizzatore acceso 24 ore su 24, trasformando la propria abitazione in una sorta di bunker climatizzato, rinunciando completamente a qualsiasi contatto con l’esterno durante le ore diurne.
E le previsioni meteorologiche? Continuano a mostrarci qualche barlume di refrigerio attraverso i loro modelli matematici, come miraggio nel deserto che sembra avvicinarsi ma poi temo che sposteranno sempre più avanti nel tempo questo evento piacevole che ci farebbe finalmente respirare aria di migliore qualità, non più quella africana che ormai caratterizza stabilmente le nostre estati. È un gioco crudele quello delle previsioni che promettono sollievo per poi rimandarlo continuamente, alimentando false speranze che si infrangono contro la realtà di anticicloni sempre più persistenti.
Quello che mi preoccupa particolarmente, oltre al caldo in sé, è l’evidente assenza di precipitazioni sulle Alpi, un fenomeno che dovrebbe allarmare molto di più di quanto non faccia attualmente. Nelle prossime due settimane è prevista davvero pochissima pioggia in quelle zone che rappresentano il nostro principale serbatoio idrico, e questo dato è profondamente anomalo se consideriamo che giugno dovrebbe essere ancora un mese relativamente piovoso per le zone alpine. Ci saranno sicuramente anche temporali e grandinate su scala locale, è vero, ma questi fenomeni estremi e circoscritti non possono compensare la mancanza di quelle piogge diffuse e costanti che alimentano fiumi, laghi e falde acquifere, creando le premesse per problemi idrici che si manifesteranno nei mesi a venire. (METEOGIORNALE.IT)

