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La dilatazione atmosferica è un fenomeno che storicamente associavamo alle alte pressioni estive. Questo processo provoca una compressione degli strati atmosferici più bassi, modificando profondamente le dinamiche meteo anche nei mesi freddi. Si vedano le onde di calore natalizie e di Capodanno ormai divenute un classico in Italia, con Zero Termico record nelle Alpi.
Se è vero che la dilatazione atmosferica non rappresenta la causa diretta delle ondate di calore, è altrettanto vero che risulta strettamente legata ai processi fisici che favoriscono la loro genesi. Quando si parla di ondate di calore, si entra in un contesto di fenomeni complessi, determinati principalmente da particolari configurazioni atmosferiche.
Le risalite dei promontori anticiclonici subtropicali, che si spingono fin nel cuore del continente europeo, rappresentano il motore principale di queste ondate. Un ruolo determinante è giocato dall’avvezione di spessore, un fenomeno che implica il trasporto verso nord di aria molto calda e secca fino alle quote superiori della troposfera.
In pratica, il calore che percepiamo al suolo durante queste fasi non arriva semplicemente dall’aria calda che si sposta, ma da una compressione atmosferica verticale che riscalda enormemente l’aria stessa, creando condizioni di caldo ancora più estreme rispetto a molte regioni situate più a sud.
Per questo motivo, non è sempre corretto riferirsi genericamente alla “alta pressione africana” ogniqualvolta si registrano temperature molto elevate in Europa. Lo confermano anche i dati storici ufficiali, lontani da qualsiasi tipo di sensazionalismo.
In Europa, il valore record più estremo mai registrato è stato di 48,8°C in Italia, vicino Siracusa, certificato dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO). Prima di questo primato, il record apparteneva alla zona di Atene. Questi dati certificati mostrano come i fenomeni meteo estivi siano spesso molto più complessi di quanto si possa credere.
In Francia, il picco massimo è stato di 45,9°C, registrato il 28 giugno 2019. Anche in questo caso, la differenza con i valori più elevati registrati in Africa è significativa, ma non così marcata come si potrebbe pensare.
Africa: i record storici
Se ci muoviamo nel continentale africano, notiamo che l’Algeria ha raggiunto un impressionante 51,3°C il 5 luglio 2͏018 n͏ell͏a città di Ouargla, a 141 me͏tri sopra il livello del mare. Ci troviamo, però in pieno deserto del Sahara. Questo valore ha͏ s͏uperato il vecchio record african͏o di 5͏0,7°C ri͏co͏rdato͏ nel 1961. Però, alc͏uni val͏ori ancora più alti registrati durante l͏’episodio coloniale son͏o guardati come poco͏ sicuri͏ a causa͏ delle met͏odologie del tempo.
Il record di temperatura in Tunisia sarebbe di 55°C registrato a Kebili il 7 luglio 1931. Questo valore è stato riconosciuto dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale come il record africano e dell’emisfero orientale. Tuttavia, questo record storico tunisino è considerato dubbio dagli esperti contemporanei. Come altre misurazioni del periodo coloniale pre-1950, presenta “seri problemi di credibilità” secondo gli studiosi del clima. “C’è una significativa “disconnessione” tra le registrazioni di temperature estreme dell’epoca coloniale e quelle moderne nelle stesse località.” Quindi, i 55°C sono un valore da considerare inesatto.
Perché non si superano facilmente i 50°C nemmeno nei deserti?
In un momento storico in cui il cambiamento climatico è sotto i riflettori globali, è legittimo domandarsi come mai, anche nei deserti più torridi, superare i 50°C sia un evento raro. La risposta risiede in una serie di meccanismi fisici che regolano naturalmente le temperature massime sulla superficie terrestre.
L’equilibrio radiativo gioca un ruolo chiave: all’aumentare della temperatura, la superficie emette sempre più radiazione infrarossa, secondo la legge di Stefan-Boltzmann. Questo fenomeno favorisce un raffreddamento progressivo, creando un sistema di auto-limitazione delle temperature.
Un altro fattore importante è rappresentato dalla convezione atmosferica. Quando il suolo si scalda in maniera estrema, l’aria calda, più leggera, tende a salire velocemente, favorendo un ricambio con aria più fresca proveniente dagli strati superiori.
Anche l’evaporazione dell’umidità residua svolge una funzione non trascurabile. Nonostante i deserti siano luoghi aridi, l’evaporazione della minima umidità presente assorbe calore, contribuendo a raffreddare la superficie.
Il tipo di suolo fa poi la differenza: i terreni sabbiosi assorbono calore rapidamente, ma lo disperdono in profondità, riducendo l’accumulo termico superficiale.
Infine, il ciclo giorno-notte nei deserti, caratterizzato da escursioni termiche molto accentuate, limita l’accumulo di calore, poiché al sorgere del sole la temperatura parte da valori molto bassi e ha un tempo limitato per raggiungere picchi estremi.
Anche i venti e le correnti atmosferiche su larga scala contribuiscono alla redistribuzione del calore, impedendo che si accumuli in modo eccessivo in un solo luogo.
A tutto ciò si aggiunge il cosiddetto limite termodinamico naturale, oltre il quale la Terra non riesce ad accumulare ulteriormente energia, stabilendo così una soglia invalicabile alle temperature massime. (METEOGIORNALE.IT)
