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Le parole che i medici non dovrebbero mai usare con i pazienti

Maria Trevisan di Maria Trevisan
09 Nov 2024 - 13:46
in Magazine
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(METEOGIORNALE.IT) Nel campo della medicina, la comunicazione è fondamentale, in particolare quando i pazienti si trovano ad affrontare malattie severe o procedure complesse. I medici devono prestare grande attenzione alle parole che utilizzano per evitare di aumentare la sofferenza emotiva dei pazienti o di minare la fiducia verso il sistema sanitario. Recenti studi hanno identificato una serie di “parole da non usare” per incentivare l’adozione di un linguaggio più rispettoso e orientato al supporto.

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Sebbene la medicina avanzi costantemente, l’esperienza del paziente resta segnata da paura, dolore e spesso aspettative poco realistiche. Le procedure mediche complesse necessitano di spiegazioni dettagliate, ma il modo in cui i medici trasmettono le informazioni può risultare distaccato o insensibile, amplificando il disagio emotivo.

 

Il dottor Leonard Berry dell’Università Texas A&M evidenzia come una malattia grave provochi non solo sofferenza fisica, ma anche un pesante impatto emotivo, che può essere aggravato o alleviato dal comportamento dei medici. In una ricerca pubblicata su Mayo Clinic Proceedings, Berry e il suo team hanno stilato una lista di frasi da evitare in ambito medico, poiché potrebbero interrompere il dialogo con i pazienti o farli sentire impotenti rispetto alle decisioni terapeutiche.

 

Alcune delle espressioni da evitare comprendono: “Non c’è altro che possiamo fare”, “Non migliorerà”, “Sospensione delle cure”, “Sta per finire”, “Vuoi che facciamo tutto il possibile?”, e l’uso di terminologie belliche come “combattere” o “battaglia”. Questi termini possono risultare definitivi, lasciando i pazienti in una condizione di disperazione.

 

In particolare, nell’ambito della cura del cancro, è sconsigliato dire frasi come “Non preoccupiamoci ora di questo” o “Sei fortunato ad essere solo allo stadio 2”. Tali espressioni rischiano di minimizzare le ansie del paziente o di suggerire una sorta di ingratitudine per una diagnosi meno avanzata.

 

Per evitare questi impatti negativi, i professionisti della salute dovrebbero adottare un linguaggio più empatico e inclusivo. Invece di dire “non migliorerà”, il medico potrebbe mostrare sollecitudine esprimendosi in maniera meno definitiva, come ad esempio: “mi preoccupa che non possa migliorare”. Questo semplice cambiamento trasforma una previsione negativa in un’espressione di attenzione e partecipazione.

 

Allo stesso modo, sostituire parole come “combattere” con espressioni più inclusive, come “affronteremo insieme questa difficile malattia”, può far sentire il paziente supportato da un team, eliminando la pressione individuale di dover lottare da solo contro la malattia.

 

Berry sottolinea l’importanza di includere corsi di formazione sulla comunicazione nei programmi universitari di medicina per sviluppare competenze basate sul rispetto e la centralità del paziente. Inoltre, la presenza di mentori esperti nella comunicazione empatica durante gli anni universitari e i tirocini permetterebbe ai futuri medici di comprendere e mettere in pratica le basi di un approccio etico e rispettoso, migliorando l’esperienza del paziente e il rapporto di fiducia tra medico e assistito. (METEOGIORNALE.IT)

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