La stabilità del fitoplancton nell’Atlantico Nord
(METEOGIORNALE.IT) Il fitoplancton, quei minuscoli organismi fotosintetici che galleggiano nelle acque marine, costituisce la base dell’ecosistema marino e svolge un ruolo cruciale per il benessere del nostro pianeta, producendo circa la metà dell’ossigeno presente nell’atmosfera terrestre. La loro importanza è tale che qualsiasi variazione nella loro popolazione potrebbe avere ripercussioni significative sull’intero ecosistema marino e sulla chimica dell’atmosfera.
Recentemente, un gruppo di ricerca guidato dall’Università di Washington ha condotto uno studio, pubblicato sulle Proceedings of the National Academy of Sciences, che ha analizzato un nucleo di ghiaccio vecchio di 800 anni, proveniente dalla Groenlandia, per indagare le variazioni delle popolazioni di fitoplancton nell’Atlantico Nord dall’era industriale ad oggi. I risultati hanno messo in luce una stabilità inaspettata di queste popolazioni, contraddicendo le ipotesi di un loro significativo declino.
Il ruolo del fitoplancton
Il fitoplancton è difficile da contare direttamente, quindi gli scienziati hanno sviluppato metodi alternativi per stimare la loro abbondanza. Una di queste tecniche si basa sulla rilevazione del dimetilsolfuro, un gas dall’odore caratteristico che questi organismi emettono e che, una volta in atmosfera, si converte in acido metansolfonico (MSA) e solfato. Questi composti, depositandosi sulla terra o sulla neve, possono essere misurati attraverso l’analisi dei nuclei di ghiaccio, fornendo così una stima indiretta delle dimensioni passate delle popolazioni di fitoplancton.
Le rivelazioni dei nuclei di ghiaccio della Groenlandia
L’analisi del nucleo di ghiaccio ha mostrato che, nonostante un calo delle concentrazioni di MSA durante l’era industriale, che in precedenza era stato interpretato come un segnale di declino della produttività primaria nell’Atlantico Nord, la situazione è in realtà più complessa. Infatti, a partire dalla metà del XIX secolo, le attività industriali hanno iniziato a immettere nell’aria gas contenenti zolfo, i quali hanno alterato la chimica dell’atmosfera e, di conseguenza, il destino dei gas emessi dal fitoplancton.
Una prospettiva storica più ampia
Lo studio ha preso in considerazione un arco temporale più esteso rispetto a precedenti ricerche, analizzando diverse molecole contenenti zolfo nel nucleo di ghiaccio. Gli autori hanno dimostrato che gli inquinanti di origine umana hanno modificato la chimica atmosferica, influenzando così il destino dei gas emessi dal fitoplancton. In particolare, è stato riscontrato che il solfato derivato dal fitoplancton è aumentato durante l’era industriale, suggerendo che le emissioni di zolfo derivanti da questi organismi marini siano rimaste complessivamente stabili.
Implicazioni e ricerche future
Quando si tiene conto di questo equilibrio nelle analisi, le popolazioni di fitoplancton sembrano essere rimaste abbastanza stabili dalla metà del XIX secolo. Tuttavia, gli scienziati avvertono che gli ecosistemi marini rimangono sotto minaccia da molteplici direzioni. La misurazione sia dell’MSA che del solfato derivato dal fitoplancton fornisce un quadro più completo di come le emissioni dei produttori primari marini siano cambiate – o meno – nel tempo.
La metodologia di ricerca
Per arrivare a queste conclusioni, il team di ricerca ha utilizzato una combinazione di misurazioni dei nuclei di ghiaccio e stime indipendenti dell’abbondanza di fitoplancton, come le misurazioni della clorofilla, e studi di modellazione che aiutano a stimare come la chimica atmosferica e il cambiamento climatico si siano evoluti nel tempo. Questo approccio multidisciplinare è fondamentale per comprendere come la produttività marina sia cambiata nel passato e come potrebbe cambiare in futuro.
In conclusione, lo studio condotto dall’Università di Washington ha fornito nuove prospettive sulla stabilità del fitoplancton nell’Atlantico Nord, sfidando le ipotesi precedenti e sottolineando l’importanza di continuare a monitorare questi organismi vitali per la salute del nostro pianeta. (METEOGIORNALE.IT)
