(METEOGIORNALE.IT) Al COP26 summit di Glasgow hanno parlato vari esperi, ed uno dei portavoci è stata Samantha Burgess, vicedirettore del servizio di monitoraggio del clima di Copernicus, oltre che vari scienziati. La Burgess ha comunicato che la temperatura media dell’Europa e di circa 2 °C superiore a quella preindustriale, e che il riscaldamento del continente è di ben quattro volte superiore rispetto al resto del Pianeta.
Gli scienziati dichiarano che non hanno spiegazioni plausibili, non ci sono pubblicazioni scientifiche che diano una spiegazione di un cambiamento climatico così rilevante in Europa (tuttavia, potrebbe essere temporaneo, derivanti da fluttuazioni climatiche). Ma la convinzione che prevale e quella che alcune parti del Pianeta subiscano più di altre gli effetti dei cambiamenti del clima. Così avvenne anche durante un periodo molto freddo della nostra storia, e neppure così tanto distante dei giorni d’oggi, e parliamo di quella fase chiamata Piccola Era Glaciale, dove furono proprio l’Europa, e alcune altre aree del nostro Pianeta a esserne maggiormente coinvolti.
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La Burgess ha affermato che non tutto è perduto e che il futuro dell’Europa, così come quello degli altri continenti, dipende dall’azione che intraprende il Mondo.
Ma noi rispondiamo: già questo poco rassicurante, anche perché vediamo cosa succede nella realtà dei fatti soprattutto da parte di coloro che attualmente mettono più gas serra rispetto agli altri, e che hanno deciso di non rinunciare all’utilizzo di energia prodotta da materiale fossile. Saranno 100 gli stati che si adegueranno appena, ma i maggiormente inquinanti, proseguiranno a emettere spazzatura atmosferica.
La Burgess dice che globalmente, fino al 2030 vedremo eventi più estremi, avremo estati più calde, inverni più miti e tempeste più violente, ha detto Burgess. Ma andando dal 2050 al 2100, dipende davvero dallo scenario in cui ci troviamo su quanto estremo potrebbe essere quel clima. Al momento, il mondo sembra destinato a superare la temuta soglia di 1,5 gradi C nel 2034 circa.
In merito a ciò, vogliamo fare un appunto: se nel 2034 dovessimo triplicare l’aumento di temperatura globale, i fenomeni associati nel nostro Pianeta a questo cambiamento climatico potrebbero essere irreversibili, e fare previsioni per il 2050, se non il 2100, ci porta seri dubbi, e lo scriviamo con modestia e nel rispetto di una personalità quale è Burgess. Le cui intenzioni sono salvare il Pianeta.
I gas serra naturali comprendono il biossido di carbonio (CO2), il vapore acqueo (H2O), l’ossido nitroso (N2O), il metano (CH4) e l’ozono (O3). Alcune attività dell’uomo, oltre ad aumentare il livello di tutti questi gas, liberano nell’aria anche altri gas serra quali l’esafluoruro di zolfo (SF6), gli idro-fluoro-carburi (HFC) e i per-fluoro-carburi (PFC).
Ebbene, noto che l’abbattimento totale dell’immissione di gas derivanti dalle attività umane avrebbe effetti solo nel lungo termine, esaurendosi dai valori attuali in circa 200 anni. Per intenderci, se nel 2034 avessimo le temperature indicate per effetto della ulteriore alterazione dell’atmosfera terrestre, per tornare a condizioni normali potrebbero essere necessari probabilmente 500, se non 600 anni.
Le conclusioni del vertice COP26, secondo Burgess offrono qualche speranza. Più di 100 nazioni si sono impegnate a ridurre le emissioni di metano del 30% entro la fine di questo decennio, che è 80 volte più attivo come gas serra rispetto all’anidride carbonica. Circa 140 stati si sono impegnati a raggiungere la neutralità del carbonio entro il 2050.
Ma a mio avviso, siamo in un punto di non ritorno per alcune generazioni umane. Forse quelle che con le nuove tecnologie conquisteranno altri pianeti vedranno un Pianeta Terra normale. Ma nel frattempo, ampi territori saranno sarà inospitali. E se non si dice, è cosa certa che avremo una graduale riduzione della popolazione terrestre per effetto dei cambiamenti climatici, oltre che un calo del prodotto interno lordo degli Stati ricchi. Ma di questo poco si parla, perché potrebbe causare caos nei mercati finanziari, oltre che migrazioni di massa. E già quelle che avvengono per le guerre o per ragioni economiche, sono di per sé non sopportabili dai vari governi, oltre che dall’opinione pubblica già dai giorni nostri.
Burgess dice che se non facciamo nulla, in Europa ogni anno 15 milioni di persone saranno a rischio di incendi boschivi, 90.000 persone all’anno moriranno a causa delle ondate di calore, 2 milioni di persone saranno colpite da inondazioni costiere e fluviali, la siccità si espanderà e la tundra si sparirà ha detto Thiemig (Copernicus), altro autorevole relatore.
Ma a questo punto che si fa? Sono necessarie enormi risorse finanziarie per la prevenzione dei disastri naturali. È ormai opinione di vari climatologi. E l’uragano di New Orleans del 2021 insegna raffrontandolo con gli effetti che si ebbero con un altro di quasi pari violenza avvenne nel 2005.
In Italia abbiamo la grande opera del Mose per salvare Venezia, non ridurre solo gli eventi di acqua alta, ma abbattere i pericoli di questa città, laddove abbiamo visto cosa può fare la combinazione di acqua alta di mare ed un piccolo ciclone. Mi riferisco al ciclone del 12 novembre 2019. Evento meteo ripetibile ormai con tempi di ritorno sempre più brevi, e che neppure l’opera del Mose probabilmente riuscirebbe a contenere. (METEOGIORNALE.IT)
