Un gruppo di ricercatori provenienti da diverse istituzioni, tra cui il Servizio dei Parchi Nazionali degli Stati Uniti, l’U.S. Geological Survey e l’Università della California a Davis, ha condotto uno studio approfondito su questa problematica. Hanno identificato 75 siti in un’area vasta quanto il Texas nella catena montuosa Brooks, nel nord dell’Alaska, dove le acque mostrano segni evidenti di degrado.
La degradazione della qualità dell’acqua potrebbe avere ripercussioni significative sia per l’acqua potabile che per le risorse ittiche delle aree artiche, in un contesto di cambiamenti climatici in continuo sviluppo. Jon O’Donnell, ecologo del Network di Monitoraggio e Inventariazione Artico del NPS e autore principale dello studio, ha descritto alcuni siti come aventi acque dal colore simile a quello del “succo d’arancia torbido”, sottolineando i rischi di tossicità e le possibili interferenze con la migrazione dei pesci verso le aree di riproduzione.
Durante le indagini, è emerso che il fenomeno non è isolato ma piuttosto esteso, tanto che le acque colorate sono visibili persino dallo spazio. Brett Poulin, professore assistente di tossicologia ambientale presso UC Davis e uno degli investigatori principali, ha paragonato l’effetto a quello del drenaggio acido delle miniere, sebbene non ci siano miniere nelle vicinanze dei fiumi interessati.
L’ipotesi principale dei ricercatori è che il riscaldamento globale stia accelerando il disgelo del permafrost, liberando minerali che, una volta in acqua, causano l’acidificazione e il rilascio di metalli. Analizzando campioni d’acqua, è stato rilevato un pH di 2,3, molto più acido rispetto al normale pH di 8 di questi corsi d’acqua, indicando un’intensa erosione dei minerali solfurei e condizioni corrosive che favoriscono ulteriori rilasci di metalli. Livelli elevati di ferro, zinco, nickel, rame e cadmio sono stati misurati in diverse località.
Questi cambiamenti non sono solo recenti. Immagini satellitari hanno mostrato acque colorate già dal 2008, e il fenomeno sembra propagarsi gradualmente dai piccoli affluenti ai fiumi più grandi. La ricerca, che attualmente è nel suo secondo anno di un finanziamento triennale, mira a comprendere meglio cosa sta accadendo nelle acque, a modellare quali altre aree potrebbero essere a rischio e a valutare le implicazioni per l’acqua potabile e le riserve ittiche.
Il problema sta crescendo e influenzando l’habitat, la qualità dell’acqua e altri sistemi ecologici, trasformando aree un tempo salubri in habitat degradati con meno pesci e invertebrati. Se le comunità rurali dipendono da questi fiumi per l’acqua potabile, potrebbe essere necessario trattarla in futuro, e le scorte di pesce che alimentano gli abitanti locali potrebbero essere compromesse.
L’importanza di questa ricerca è evidente, poiché prevede che il permafrost continui a scongelarsi con il riscaldamento globale, aumentando il rischio che altri corsi d’acqua subiscano un simile degrado della qualità dell’acqua. Questo studio è supportato da programmi come il U.S. Geological Survey–NPS Water Quality Partnership e l’Arctic Inventory and Monitoring Program del NPS, oltre a contributi da università come Alaska Pacific University e University of Alaska Anchorage.