Il paradosso dell’umidità che raffredda
Sembra un controsenso, eppure è così: più l’aria è satura di vapore acqueo, meno riesce a scaldarsi fino a valori estremi. Vale la pena sottolinearlo, perché non è affatto intuitivo, soprattutto in questo periodo di previsioni meteo, non so, vedete quelle per città, ad esempio, che a volte segnano valori follemente elevati, come dire, mai visti prima.
In Pianura Padana i modelli matematici, soprattutto quelli a minore risoluzione, avevano annunciato per diverse giornate estive massime ben sopra i 40°C, e la loro persistenza, anche perché a dire il vero a memoria non si ricordano previsioni del genere, questo creava apprensione. Poi, però, quei numeri non si sono materializzati, come raccontato anche in questo approfondimento sull’ultima ondata di caldo in Val Padana.
Il motivo? L’aria che stagnasopra la pianura era carica di umidità, un elemento che i modelli a risoluzione più fine riescono a intercettare con maggiore precisione rispetto alle simulazioni più grossolane. L’energia solare che arriva al suolo, in presenza di alti tassi di umidità, viene in parte “spesa” per l’evaporazione dell’acqua presente nel terreno e nell’aria, invece di tradursi interamente in innalzamento della temperatura. Il calore, insomma, si disperde anziché accumularsi. In sostanza, anche se ce ne accorgiamo, l’atmosfera, l’aria anche al livello di 1-2 metri, subisce del processi che modellano la temperatura, in questa circostanza, l’umidità dell’aria evapora per poi nuovamente ritornare ad accumularsi. Un ciclo che però attenua i picchi di temperatura, però in cambio causa un caldo molto afoso. Lo ricordo ancora, è caldo afoso quando è umido, è caldo torrido quanto è secco.
I modelli matematici e la differenza sta nella risoluzione
Le previsioni che continuano a indicare valori esageratamente sopra i 40°C in aree ad alta umidità come la Pianura Padana vanno prese, ad oggi, con le pinze. Non perché tal modello matematico sia inaffidabile, ma per un limite tecnico: una griglia di calcolo più larga intercetta meno bene la reale distribuzione del vapore acqueo nei bassi strati dell’atmosfera e tende quindi a sovrastimare il potenziale termico dell’aria, un tema affrontato anche in questo articolo sull’affidabilità dei modelli matematici durante le ondate di calore. Risultato: temperature previste che sulla carta sembrano da record e che nella realtà restano più contenute, a volte anche di parecchi gradi.
Dove l’aria è secca, il termometro invece non senvra avere freni
Discorso opposto per le zone dove il tasso di umidità è più basso, in particolare nelle aree interne del Paese, lontane dall’influenza diretta del mare. Qui le condizioni per raggiungere temperature massime molto elevate, ben oltre i 40°C, si creano con più facilità. Lo abbiamo visto nel corso di luglio, durante l’ultima grande ondata di calore: in Sardegna il termometro ha toccato punte di almeno 47-48°C, come documentato in questo articolo sul caldo drammatico che ha colpito l’Isola. In quelle circostanze, in quelle stazioni meteo (località) l’aria era straordinariamente secca e il calore ha potuto letteralmente espandersi dal punto di vista termico, quasi senza alcun freno evaporativo a limitarne la crescita. Quasi perché un freno, volessimo chiamarlo così c’è anche con l’aria secca, perché la nostra atmosfera fa da termoregolare, altrimenti avremmo valori di temperatura “pazza” nei deserti, magari con 60-70°C.
Il confronto tra Italia, specie del Nord, con la Francia e il ruolo del Mediterraneo nel resto del Paese
Questa differenza nel tasso di umidità spiega, almeno in parte, perché durante le ondate di calore in Francia si registrino spesso temperature più elevate rispetto a quelle della Pianura Padana e di buona parte del Nord Italia, come emerso anche in questo approfondimento sui recenti record termici europei. Le nostre regioni, infatti, sono irrorate dall’umidità proveniente dal Mar Mediterraneo: un’umidità che non regala necessariamente refrigerio piacevole – anzi, spesso appesantisce l’aria e la rende opprimente, ovvero con caldo agoso – ma che di fatto attenua gli effetti del caldo estremo, abbassando i picchi massimi di temperatura.
I benefici del mare, va detto, si concentrano soprattutto nelle aree costiere, dove la brezza e l’umidità marina agiscono insieme come un moderatore naturale. Man mano che ci si allontana dalla costa, verso l’interno, questo effetto calmierante si affievolisce e le temperature massime tendono a salire.
Un fenomeno che non riguarda solo l’estate
Il legame tra aria secca e picchi termici estremi non è una prerogativa esclusiva della stagione estiva. Anche in inverno, quando l’aria è particolarmente secca e il sole riesce comunque a irradiare con una certa efficacia, si possono generare marcate escursioni termiche tra il giorno e la notte, un meccanismo descritto anche in questo articolo sull’inversione termica. Di giorno il suolo si scalda rapidamente, senza il freno dell’umidità; di notte, per lo stesso motivo, si raffredda altrettanto in fretta, in assenza di quella sorta di “coperta” che il vapore acqueo normalmente offre trattenendo il calore.
Un meccanismo semplice, quasi elementare nella sua logica, eppure capace di spiegare buona parte delle discrepanze – talvolta anche vistose – tra ciò che i modelli previsionali annunciano e ciò che poi accade realmente sul territorio.
Credit