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Disastro in Nepal, crollo del ghiacciaio e cambiamento climatico: facciamo chiarezza, il legame

Cerchiamo di fare chiarezza su tutte le notizie che ci sono nel web: cosa è successo e perché il global warming potrebbe essere una causa predisponente

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Il disastro in Nepal è nelle cronache di tutti i giorni. In questo articolo non vogliamo aggiungere ulteriori dettagli giornalistici approfondire un attimo la questione tecnica. L’Himalaya è una delle aree montuose (a livello mondiale) più esposte al rischio di fenomeni di instabilità legati alla presenza dei ghiacciai. Un problema che diventa molto più grave con il cambiamento climatico, sempre funziona da amplificatore di un fenomeno naturale. Non è un caso che il 2025 è stato proclamato, dalle Nazioni Unite, “Anno internazionale della conservazione dei ghiacciai”.

Cerchiamo di fare un poco di chiarezza

Analizzando le opinioni di diversi esperti, proprio perché è un fatto appena successo e serve tempo per capire bene l’accaduto, non esiste ancora una ricostruzione definitiva e universalmente riconosciuta dell’accaduto. Ciò non toglie che delineare uno scenario.

Pare che ci sia stata stata una grande frana, staccatasi da una montagna e precipitata su un ghiacciaio. L’impatto, estremamente violento, avrebbe coinvolto direttamente le norme massa di ghiaccio, provocandone a sua volta il catastrofico collasso.

Il risultato sarebbe stata una colossale colata composta da acqua, rocce frantumate, sedimenti, fango e detriti, che durante la discesa verso valle, avrebbe preso velocità e fatto le norme distruzione che si può vedere negli scioccanti video che girano in rete. Una parte significativa dell’acqua potrebbe essere stata prodotta dalla fusione estremamente rapida delle enormi quantità di roccia caduta e al tempo stesso del fatto che il ghiaccio non fosse del tutto stabile.

Inoltre, siccome siamo nel periodo dei grandi monsoni indiani, è altresì probabile che i terreni e gli ammassi di sedimenti potrebbero essere stati già saturi d’acqua a causa delle precipitazioni estremamente ingenti dei giorni scorsi. Ma attenzione che questa tesi andrà comunque provata, perché non è ancora del tutto ufficiale.

Un territorio estremamente vulnerabile

Ciò non toglie che il Tibet sia, senza ombra di dubbio, alcune delle aree più vulnerabili del pianeta per questa specifica tipologia di fenomeni. La difficoltà principale è legata alla vastità e alla complessità dell’Himalaya, che comprende una miriade di valli, migliaia di ghiacciai e montagne che superano anche gli 8 mila metri di quota.

Un territorio geograficamente e morfologicamente davvero molto complesso, senza contare il fatto che non sono presenti le reti di monitoraggio meteo climatico e ideologico presenti (a titolo di esempio) sulle Alpi.

Ecco perché sarebbe molto importante potenziare questi strumenti e riuscire a raggiungere in tempo le popolazioni a rischio. Purtroppo, quando Capitano questi fenomeni meteo estremi non è detto che la popolazione abbia avuto il congruo allarme e anzi i superstiti hanno dichiarato che hanno avuto pochi secondi per mettersi in salvo.

L’analisi disponibile

Le analisi disponibili indicano che il disastro abbia avuto origine sul versante settentrionale del Langtang Lirung, una montagna di oltre 7.000 metri dell’Himalaya nepalese, vicino al confine con il Tibet. Le immagini satellitari mostrano il cedimento di una grande porzione di roccia e ghiaccio.

La massa è precipitata per oltre un chilometro di dislivello, trasformandosi in una velocissima valanga di roccia e ghiaccio e successivamente in una colata ricchissima di acqua, fango, sedimenti e grandi blocchi.

Il materiale avrebbe inoltre ostruito temporaneamente il Lhende Khola, creando una diga naturale. Il successivo rilascio dell’acqua avrebbe ulteriormente amplificato l’ondata a valle. Secondo ICIMOD, il livello del Trishuli è aumentato in alcuni punti fino a nove metri in circa mezz’ora. La dinamica precisa è ancora oggetto di indagine e potrebbe essere aggiornata con l’arrivo di nuove immagini satellitari e dati di terreno.

Un rischio destinato ad aumentare?

Chiariamo subito un concetto importante. Il cambiamento climatico potrebbe favorire una maggiore frequenza di eventi analoghi. Funziona da amplificatore. Uno dei fattori più importanti è lo scongelamento del permafrost alle alte quote. Si tratta di un problema poco conosciuto, ma molto serio.

Proviamo a spiegarlo. Quando il terreno precedentemente congelato perde stabilità, anche gli ammassi rocciosi possono diventare più soggetti o comunque più vulnerabili alle frane. La riduzione dei ghiacciai (presente sulle montagne del Tibet) e il progressivo scongelamento del permafrost (dovuto al Global warming) non fanno altro che aumentare il rischio di certi eventi estremi.

Basti pensare che, in maniera estremamente inferiore come gravità e dimensioni, sono accaduti degli analoghi proprio sulle Alpi, nel 2025 in Svizzera e il famoso caso della Marmolada. Questi episodi mostrano come, in un contesto di riscaldamento globale, dobbiamo capire due cose. La prima è che dovremo convivere con questa fenomenologia, proprio perché gli eventi estremi (meteo e non) sono in aumento. La seconda è che avere delle reti di monitoraggio e di allerta molto efficienti avrebbe potuto salvare almeno una parte delle povere vittime di questo enorme disastro

Credit

ONU – Risoluzione A/RES/77/158

WMO – International Year of Glaciers’ Preservation 2025

UNESCO/WMO – lancio dell’Anno internazionale

Geomorphology – The climate-driven disaster of the Marmolada Glacier

NHESS 2025 – Failure of Marmolada Glacier: possible collapse mechanisms

Geophysical Research Letters 2026 – Climate Warming and Ice Weakening Trigger Alpine Glacier Collapses

Nature Communications – Glacial lake outburst floods threaten millions globally

Nature Communications – Enhanced glacial lake activity threatens communities and infrastructure in the Third Pole

npj Natural Hazards 2026 – Glacial lakes and GLOFs in a warming Himalaya-Karakoram region

NHESS – GLOF hazard in a transboundary Himalayan basin

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