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Mal d'altitudine a 5.000 metri: cosa è successo a Chiara Ferragni in Perù

L'influencer ha accusato un malore dopo essere salita oltre i cinquemila metri sulle Ande peruviane: quindici minuti di ossigeno hanno risolto il quadro, ma il meccanismo fisico che l'ha provocata merita una spiegazione precisa.

Il mal di montagna ha colpito la Ferragni. Qui vi narriamo che succede a 5000 metri di quota.

A raccontare cosa è successo è stata la stessa influencer. Chiara Ferragni ha parlato di «una botta di calore, come se il corpo non rispondesse bene», per poi piombare nel panico perché «mi sembrava di non respirare bene, che i polmoni non si aprissero bene», con le braccia che non le rispondevano più. Dopo circa un quarto d’ora di ossigeno, la situazione è migliorata. Un episodio che a 5.036 metri di quota, sulle Ande del Perù, ha un nome tecnico ben definito: mal d’altitudine, o mal di montagna acuto.

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Ossigeno, pressione e quota: il meccanismo che manda in crisi il corpo

Qui va sfatato subito l’equivoco più diffuso: la percentuale di ossigeno nell’aria resta praticamente identica a qualsiasi altitudine, poco meno del 21%, tanto sulla battigia di Rimini quanto in vetta all’Everest. A cambiare, e cambia parecchio, è la pressione atmosferica, e con essa la pressione parziale dell’ossigeno, cioè la quantità di molecole che ogni singolo respiro riesce effettivamente a portare dentro i polmoni.

Il motivo è semplice: sopra la nostra testa c’è una colonna d’aria, e più saliamo, meno aria ci rimane sopra. Nei bassi strati la pressione cala di circa 1 hPa ogni 7 metri di dislivello, un valore che gli operatori usano quotidianamente per riportare i dati barometrici al livello del mare. Salendo, il gradiente si attenua.

Che cosa cambia a 1.000, 2.000 e 5.000 metri

Attorno ai 1.000 metri la pressione atmosferica si aggira sull’89% di quella al livello del mare. Una differenza che il corpo assorbe senza fatica: nessuno accusa disturbi su un rifugio o in vacanza dell’Alpi, dell’Appennino.

A 2.000 metri quota la pressione scende attorno all’80%. Siamo dalle parti di Breuil-Cervinia, che si trova a 2.050 metri, o di Livigno, che di metri ne conta 1.816. Su queste montagne del Nord Italia la saturazione del sangue cala di qualche punto percentuale, il respiro si fa un po’ più frequente, la prima salita con gli sci ai piedi costa più fatica del previsto.

A 5.000 metri il quadro cambia radicalmente. La pressione atmosferica scende attorno alla metà di quella marina: ogni respiro trasporta la metà dell’ossigeno utile, e l’organismo non acclimatato reagisce con iperventilazione, tachicardia, cefalea, nausea, senso di oppressione toracica. Esattamente quanto descritto dall’influencer. Nei casi peggiori si arriva all’edema polmonare o all’edema cerebrale d’alta quota, condizioni che impongono la discesa immediata.

Chi rischia, e a quale quota

La suscettibilità è individuale e poco prevedibile: allenamento e giovane età contano meno di quanto si creda. Pesano invece la velocità di salita, la quota in cui si dorme e la storia personale di precedenti episodi. Sopra i 2.500 metri il rischio diventa concreto per una quota rilevante di viaggiatori; oltre i 3.500 metri raggiunti in giornata, come chi sale su buona parte delle funivie delle Valle d’Aosta sotto le cime dei 4000 metri, l’incidenza verso un malessere cresce ancora. E su questo già alcuni di voi, un tale malessere lo hanno percepito.

Il fattore decisivo resta il tempo. L’acclimatamento richiede giorni, non ore, e non si può accelerare a comando: si sale lentamente, si dorme più in basso di dove si è arrivati, si concedono al corpo le 48-72 ore necessarie a modificare ventilazione, ematocrito e chimica del sangue. È la regola che gli alpinisti applicano da sempre, e che le code in alta quota sull’Everest hanno reso attuale.

Le città dove l’aria è dimezzata

Eppure milioni di persone vivono stabilmente a quote che a un turista tolgono il fiato. La Paz, in Bolivia, si sviluppa attorno ai 3.640 metri ed è la capitale amministrativa più alta del pianeta. Quito, in Ecuador, sta sui 2.850 metri ed è la capitale ufficiale più elevata. Bogotà, in Colombia, raggiunge i 2.640 metri.

Ma il primato assoluto appartiene agli insediamenti minerari. La Rinconada, nel Perù meridionale, si distende fra i 5.100 e i 5.300 metri ed è considerata la città più alta del mondo, con decine di migliaia di abitanti permanenti e condizioni di vita estreme. El Alto, in Bolivia, supera il milione di residenti a 4.150 metri, incollata all’area metropolitana di La Paz. Potosí, sempre boliviana, sta a 4.090 metri e deve la propria esistenza alle miniere d’argento.

Perché gli abitanti reggono e i visitatori no

La risposta sta in una selezione durata millenni. Le popolazioni andine hanno sviluppato torace più ampio, capacità polmonari maggiori, ematocrito più elevato e varianti genetiche legate alla risposta all’ipossia, l’insufficiente apporto di ossigeno ai tessuti. Adattamenti fisiologici che nessun turista può replicare in una settimana.

Una parte consistente dei residenti oltre i 4.000 metri sviluppa mal di montagna cronico, sindrome caratterizzata da eccesso di globuli rossi, ipossiemia severa e disturbi neurologici. A La Rinconada la ricerca internazionale ha documentato rimodellamento cardiaco, ipertensione polmonare e deficit cognitivi con frequenza nettamente superiore alla media.

Quindici minuti di permanenza a 5.036 metri non sono da prendere alla leggera, per fortuna la Ferragni aveva con se l’ossigeno, perché il malessere sarebbe stato ben più grave, e comunque, quelle altezze non sono per tutti. Prima di recarvi a così alte quote è necessario anche parlare con un medico del vostro stato di salute.

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