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      Home » Colpo di calore: perché può uccidere anche i giovani sani
      A La notizia del giornoA Scelta dalla RedazioneMagazine

      Colpo di calore: perché può uccidere anche i giovani sani

      Non colpisce solo anziani e malati. La scienza spiega come il caldo estremo travolge cuore, cervello e reni, e perché nessuno, nemmeno chi tollera bene le alte temperature, può davvero considerarsi al sicuro.

      Antonio Lombardi
      Antonio Lombardi
      Pubblicato: 07/07/2026
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      8 Min Lettura
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      Contents
      • Il cuore è il primo a cedere
        • Quando la temperatura interna supera i 40°C
      • Chi rischia di più (ma l’elenco non è quello che pensate)
        • Il colpo di calore che sorprende gli atleti
        • Perché non lo puoi prevedere
        • Cosa resta, dopo

       

      Quasi a trentasette gradi. È la temperatura attorno a cui l’organismo umano lavora al meglio, un equilibrio che il corpo difende con ostinazione. Basta poco per incrinarlo. Un aumento della temperatura interna di appena 0,3°C è sufficiente a innescare le risposte di dispersione del calore, cioè la vasodilatazione cutanea e la sudorazione. E qui comincia il problema, perché quel meccanismo di difesa ha un costo.

      Quando fuori la colonnina sale, il sangue viene spinto verso la pelle, i vasi si dilatano, le ghiandole sudoripare entrano in azione. Tutto naturale. Ma anche quando la temperatura corporea resta normale, la termoregolazione mette sotto sforzo il sistema cardiovascolare, e più il caldo è intenso o prolungato, più lavoro viene richiesto al cuore per mantenere la temperatura stabile. Insomma, il motore gira su di giri per ore. Giorni, se l’ondata di calore non molla la presa.

       

      Il cuore è il primo a cedere

      Non è un dettaglio da poco. Le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte durante le ondate di calore, e negli anziani i decessi per eventi cardiovascolari legati al caldo superano tutte le altre cause messe insieme. Il caldo, in fondo, non uccide sempre “direttamente”. Colpisce dove il corpo è più fragile.

      C’è una logica quasi meccanica in tutto questo. La dispersione del calore dipende da un sistema cardiovascolare integro, capace di dilatare i vasi e aumentare la gittata cardiaca: chi ha una funzione cardiaca compromessa fatica a farlo, e diventa a sua volta esposto alle complicanze del colpo di calore, dalle aritmie all’ischemia miocardica, fino allo scompenso, allo shock e alla morte improvvisa. Un cerchio che si chiude male.

       

      Quando la temperatura interna supera i 40°C

      Il punto di non ritorno ha un numero. Il colpo di calore è una condizione potenzialmente letale, definita clinicamente da una disfunzione del sistema nervoso centrale e da un’ipertermia grave, con la temperatura interna che sale oltre i 40°C. Superata quella soglia, il corpo non riesce più a raffreddarsi da solo. E allora parte la reazione a catena. L’ipertermia provoca disfunzioni cellulari e d’organo che peggiorano progressivamente, fino all’insufficienza multiorgano e al decesso.

      Cervello, fegato, reni, sangue. La disfunzione di un organo si ripercuote sugli altri, innescando un circolo vizioso di deterioramento multiorgano che spesso porta alla morte, a disabilità permanenti o a lunghi tempi di recupero. Non è un’esagerazione da titolo di giornale. È fisiologia.

       

      Chi rischia di più (ma l’elenco non è quello che pensate)

      Gli anziani, certo. I malati cronici. Ma la vulnerabilità ha contorni più larghi. Le temperature elevate esasperano le principali cause di morte a livello globale: malattie respiratorie e cardiovascolari, diabete e patologie renali. Una revisione sistematica lo conferma: tra i fattori di vulnerabilità più rilevanti compaiono le malattie cardiopolmonari, le patologie renali, il diabete e i disturbi mentali. Chi convive con una di queste condizioni parte già in svantaggio quando arriva l’afa.

      E i giovani? Qui casca il mito.

       

      Il colpo di calore che sorprende gli atleti

      Diciamolo chiaramente: essere giovani e in forma non è uno scudo. A differenza del colpo di calore classico, quello da sforzo – l’exertional heat stroke, o EHS – può manifestarsi in individui giovani e sani, anche in climi temperati, quando la produzione di calore supera la capacità del corpo di smaltirlo. Succede durante un allenamento intenso, una maratona, un’esercitazione militare. A gente che, sulla carta, sarebbe l’ultima a doversene preoccupare.

      I numeri raccontano una storia poco rassicurante. Il colpo di calore da sforzo è la terza causa di mortalità negli atleti durante l’attività fisica, con tassi di mortalità intorno al 27% e sopravvissuti che riportano conseguenze a lungo termine, dai deficit neurologici a quelli cardiovascolari. E quando le cure non arrivano in tempo? La letalità può superare il 50%. Una percentuale che fa impallidire.

       

      Perché non lo puoi prevedere

      Ecco la parte scomoda. Nella forma da sforzo l’esordio dei sintomi tende a essere improvviso e rapido, non graduale come nell’anziano lasciato al caldo in una stanza chiusa. Non c’è un allarme che suona con ore d’anticipo. La capacità del corpo di dissipare il calore attraverso la sudorazione può essere sopraffatta anche in soggetti con fisiologia del tutto normale, in condizioni estreme.

      E poi ci sono le variabili nascoste. Un’infezione banale della settimana prima, per dire. Alcune segnalazioni descrivono come le citochine pro-infiammatorie generate da infezioni precedenti possano disattivare la capacità delle cellule di proteggersi dalle temperature elevate, aumentando la suscettibilità al colpo di calore da sforzo. Chi tollera bene il caldo dieci volte su dieci, l’undicesima potrebbe non farcela. Perché quel giorno qualcosa – un virus, la disidratazione, un farmaco – ha spostato l’ago della bilancia.

      C’è chi va oltre, cercando il vero meccanismo della morte. Un’ipotesi recente suggerisce che, mentre l’innesco resta l’ipertermia, la causa prossima del decesso possa essere una risposta cardiovascolare maladattativa: la vasodilatazione abbassa drasticamente le resistenze vascolari, la tachicardia sostenuta impone uno sforzo critico al miocardio, e si arriva a uno shock circolatorio a gittata elevata. In parole povere: il cuore lavora così tanto per raffreddarci che, a un certo punto, collassa.

       

      Cosa resta, dopo

      Chi sopravvive non sempre torna quello di prima. Il colpo di calore può presentarsi con disfunzione multiorgano, e sebbene con un raffreddamento rapido il recupero completo avvenga spesso in poche settimane, restano da chiarire gli eventi cardiovascolari a lungo termine nei pazienti con una storia di colpo di calore. La ricerca, su questo fronte, è ancora indietro.

      Una cosa, però, la scienza la ripete senza mezzi termini. Gli effetti negativi del caldo sulla salute sono prevedibili e, in larga parte, prevenibili con azioni di sanità pubblica mirate. Il paradosso è tutto qui: una minaccia che si può anticipare, ma che continua a cogliere di sorpresa proprio chi si credeva invincibile.

       

      Credit

      • World Health Organization – Climate change, heat and health
      • PMC (NIH) – Exertional heat stroke: pathophysiology and risk factors
      • ScienceDirect – The Cardiovascular System in Heat Stroke
      • Frontiers in Pharmacology – Heat stroke-induced myocardial injury
      • American Heart Association Journals – Heightened Health Risk From Heat Waves
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