Il termostato che ha fatto impazzire l’America: a New York è guerra sui 25,5°C
Negli Stati Uniti è esplosa una delle polemiche più surreali dell’estate. Il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, viene dipinto ogni giorno da parecchi commentatori conservatori come “socialista”, etichetta che probabilmente non gli dispiace affatto, quando non direttamente come “comunista”. È arrivato dopo Eric Adams, la cui amministrazione era stata travolta da scandali e accuse di corruzione, poi archiviate dal Dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Trump con una decisione che fece discutere parecchio. Forse ve lo ricordate per le bustarel… ehm, i regali che riceveva dalla Turchia.
Ebbene, cosa ha combinato Mamdani di così scandaloso? Ha invitato i cittadini a impostare l’aria condizionata a 25,5°C durante l’ondata di caldo che sta soffocando la costa orientale. Apriti cielo. Nel giro di poche ore sono spuntati decine di migliaia di post che lo accusavano di voler “far soffrire la popolazione”, “controllare la temperatura delle case”, “decidere come devono vivere i cittadini”. Una raccomandazione di buon senso, insomma, trasformata nell’ennesima guerra culturale.
Cosa dice davvero la fisica dei climatizzatori
Mettiamo da parte per un attimo il rumore di fondo e guardiamo la scienza. Ogni grado in meno richiede più lavoro al compressore. Più lavoro significa più elettricità consumata. E più elettricità significa maggiori emissioni, almeno dove la rete si affida ancora ai combustibili fossili (ricordate lo slogan sul “green, beautiful coal”?), oltre a un carico decisamente più pesante sulla rete elettrica proprio nelle ore in cui tutti accendono il climatizzatore contemporaneamente. Un circolo vizioso che, tra l’altro, alimenta anche il Riscaldamento Globale e amplifica le isole di calore urbane.
Le stime utilizzate nelle campagne americane di efficienza energetica indicano che ogni mezzo grado in più sul termostato taglia i consumi di circa il 3%, all’incirca il 6% per ogni grado Celsius. Tradotto in pratica: impostare il climatizzatore a 20°C invece che a 25,5°C fa lievitare il consumo del 30, 35% circa, mentre scendere fino a 18°C può gonfiarlo del 40, persino del 50%. Non spiccioli, in effetti.
New York e i blackout
Ora proviamo a immaginare la Grande Mela. Circa due milioni di abitazioni potrebbero avere il climatizzatore acceso nello stesso momento durante un’ondata di calore, uno scenario che in passato ha già prodotto consumi elettrici da record in città. Se tutti regolassero l’apparecchio a 20°C anziché a 25,5°C, la rete dovrebbe fornire tra 700 e 900 megawatt di potenza aggiuntiva. A 18°C? L’aumento si avvicinerebbe o supererebbe il gigawatt. E stiamo trascurando negozi, uffici ed edifici pubblici.
Per dare un’idea, un gigawatt è l’ordine di grandezza della potenza sfornata da una grande centrale elettrica. Tutto questo surplus servirebbe soltanto per raffreddare di qualche grado in più milioni di case, in una metropoli come New York che negli ultimi anni ha collezionato record storici di caldo uno dietro l’altro. Il punto, quindi, non è dire alle persone come vivere. È evitare che, nelle poche ore di massimo assorbimento, la rete venga spinta al limite, moltiplicando il rischio di blackout proprio quando il caldo picchia più duro. E un blackout durante un’ondata di calore, diciamolo, non è un fastidio: è un’emergenza sanitaria.
Il paradosso che nessuno racconta
Ed ecco la parte più ironica di tutta la vicenda. Il sindaco non ha imposto proprio nulla. Ha formulato una raccomandazione. Nella tanto celebrata Land of Freedom, nessuno è obbligato a seguirla: chi vuole può tranquillamente impostare il climatizzatore a 18°C e pagarsi la relativa bolletta.
C’è però un dettaglio che rende la polemica ancora più grottesca. Quella soglia, i famosi 78 gradi della scala americana che corrispondono ai nostri 25,5°C, non se l’è inventata Mamdani. Era la stessa temperatura consigliata nelle linee guida federali sull’efficienza energetica pubblicate durante la precedente amministrazione Trump, indicata come impostazione ideale per ridurre consumi, costi e stress sulla rete. Quando qualcuno ha fatto notare questa piccola contraddizione, quelle raccomandazioni sono rapidamente sparite dai siti federali. Ripeto: dopo che gli è stato fatto notare. Perché, evidentemente, l’ambiente conta meno della politica.
