
Partiamo da un numero. -17,3°C, il 23 gennaio 1855: è la temperatura più bassa mai registrata nel cuore di Milano, nella lunga serie storica dell’Osservatorio di Brera. Un valore che oggi, diciamolo, suona leggendario. Chi ha vissuto gli ultimi inverni milanesi fatica perfino a immaginarlo. Eppure, in periferia, durante degli esperimenti svolti da un collaboratore del professor Giovanni Virginio Schiapparelli, l’allora direttore del centro astronomico (che era anche di rilevamento meteo) di Milano Brera, misurò temperature inferiori al centro città che già allora era una distesa di tetti, e quindi urbanizzato, ben 3°C in meno che a Milano Brera. Purtroppo, i dati di tale stazione meteo non sono reperibili.
L’Osservatorio di Brera annota le temperature da circa tre secoli, una delle serie più antiche d’Europa. Guardando il grafico si nota subito una cosa: la linea rossa, la media mobile su quindici anni, resta a lungo quasi piatta, ballonzola attorno ai 13°C per generazioni intere. Poi, da un certo punto in avanti, comincia a salire. E non smette più.

La lunga stagione del gelo, quando c’era
Facciamo un passo indietro. Il picco di -17,3°C cade in piena Piccola Era Glaciale, quel lungo periodo freddo che ha attraversato i secoli scorsi lasciando il segno un po’ ovunque nell’emisfero settentrionale. Gennaio 1855: il Po che ghiaccia, la pianura sepolta di neve, il termometro che precipita. Roba di un altro mondo, verrebbe da dire ai giorni d’oggi, poi in questa caldissima estate milanese e italiana.
Ma non serve tornare così indietro per trovare il grande freddo.
Il febbraio 1929 resta negli annali. Un’irruzione di aria gelida di matrice russo-siberiana investì l’Italia tra la fine di gennaio e febbraio, e il 15 il termometro milanese segnò -14,1°C. Il Po gelò quasi per intero, la neve si accumulò in quantità notevoli. Non si ebbe il record cittadino, certo, ma uno dei picchi più bassi dell’intero Novecento.
Poi il febbraio 1956, l’anno dell’anticiclone russo-siberiano per antonomasia. Il giorno 16 la colonnina scese a -15,5°C in città, -15,6°C a Linate, con nevicate abbondanti.
Ci sono poi i freddi degli anni successivi, meno estremi ma comunque robusti: gennaio 1963 con -14,5°C, gennaio 1979 attorno ai -14°C. E naturalmente il gennaio 1985, la celebre nevicata del secolo, quasi un metro di neve sulla città e termiche di -14,5°C; l’aeroporto di Malpensa toccò addirittura -17,8°C il giorno 13.
E poi il freddo se n’è andato (quasi)
Cos’è cambiato? Parecchio, in effetti.
Dal 1960 a oggi la temperatura media annua di Milano è cresciuta di circa +2,8°C. Non è poco. Sul piano globale, sulle terre emerse europee, il riscaldamento rispetto al periodo preindustriale viene stimato attorno ai 3°C, e la metropoli lombarda non fa eccezione, anzi. Le notti tropicali, quelle in cui il termometro non scende sotto i 20°C, si sono moltiplicate. D’estate se ne accorgono tutti, in specie questi ultimi anni, dove per altro, in centro città si fatica a scendere sotto i 25°C di valore minimo.
L’inverno, però, è la stagione dove il cambiamento pesa di più sull’immaginario. Un tempo Milano si imbiancava quasi ogni anno. Adesso? Adesso la neve è un’ospite rara, e la ragione non è soltanto il rialzo delle medie.
C’è di mezzo anche la circolazione atmosferica. In Val Padana gli ingressi di aria davvero fredda si contano, ormai, sulle dita di una mano per decennio. D’inverno tende a insediarsi un campo di alta pressione che comprime l’aria nei bassi strati, sigilla la pianura e tiene fuori le masse gelide. Il celebre cuscinetto d’aria fredda padano, quando arriva la pioggia, spesso non c’è. Così capita di vedere precipitazioni con +1-2°C invece della neve, forse anch’esso un effetto del clima che muta.
Attenzione, però, a non semplificare troppo.
Non tutto ciò che accade al tempo è cambiamento climatico. Esistono le fluttuazioni, i capricci stagionali, le annate storte che ci sono sempre state. E resta un fatto scomodo per chi cerca risposte nette: i valori sotto i -15°C in città appartengono quasi tutti alla Piccola Era Glaciale. Il resto del Novecento, salvo eccezioni, si è fermato prima.
Il nodo delle stazioni: dove si misura davvero il freddo?
Qui la faccenda si fa tecnica, ma vale la pena entrarci. La stazione di Milano Linate sorge in area aeroportuale, uno spazio parzialmente aperto. E questo un problema lo pone: quei valori rappresentano davvero il calore, o il freddo, della metropoli cementificata?
Spesso no. I numeri di Linate differiscono da quelli dei quartieri più interni, dove l’isola di calore urbana insiste con forza. Il centro trattiene tepore, l’asfalto e il cemento restituiscono di notte quanto hanno assorbito di giorno. Un quartiere fitto e una pista d’aeroporto, insomma, hanno peculiarità morfologiche differenti che influenzano i rilevamenti della temperatura.
Detto questo, le serie storiche restano preziose. Anche se Linate appare meno “urbana”, le analisi mostrano che quei dati sono coerenti e fondamentali per leggere le tendenze di lungo periodo. Il punto, semmai, è affiancarli: reti di sensori diffusi per cogliere le micro-variazioni tra un quartiere e l’altro. Un solo termometro, per una città intera, non basta più.
Allora, tornerà il grande gelo?
Veniamo alla domanda che conta. Milano rivedrà mai temperature sotto i -15°C?
Mai dire mai, con il meteo. Un’irruzione artica particolarmente violenta, con le condizioni giuste, una notte serena e ventilata, l’aria secca e il cuscinetto freddo ben strutturato, potrebbe in teoria ancora spingere la colonnina molto in basso. La fisica dell’atmosfera non ha abolito il freddo estremo.
Ma il contesto, va detto con onestà, gioca contro. Con una media annua salita di quasi tre gradi in sessant’anni, con una circolazione invernale che sempre più spesso chiude la porta alle irruzioni gelide, riportare la città sotto quella soglia è diventato un evento da probabilità sempre più risicate. Non impossibile. Improbabile, questo sì.
Quel -17,3°C del 1855 resta lì. Un numero inciso nella storia climatica di Milano, testimone di un mondo più freddo che, salvo clamorose sorprese dell’atmosfera, difficilmente rivedremo tornare.