Atlantico, la macchia fredda che trattiene la Corrente del Golfo
(METEOGIORNALE.IT) C’è un angolo di mare, in Oceano Atlantico settentrionale che si ostina a non scaldarsi e qui vi scorre la Corrnete del Golfo. Direte, è sempre la stessa storia, in parte si, ma soprattutto no!
Mentre quasi ogni bacino del pianeta immagazzina calore, una vasta porzione dell’Atlantico settentrionale – a sud della Groenlandia e dell’Islanda, a ovest delle Isole Britanniche – fa l’esatto contrario. Si raffredda. Gli oceanografi l’hanno battezzata in più modi: “warming hole”, buco del riscaldamento, o il più evocativo “cold blob”, la macchia fredda. Comunque la si chiami, resta l’unico tratto di oceano che dalla fine dell’Ottocento ha perso calore in modo netto, in superficie e giù in profondità.
E qui nasce la domanda che da anni divide i climatologi. Quel freddo arriva dall’alto o dal fianco? Detto in modo spiccio: l’oceano là sotto disperde più calore verso l’atmosfera, oppure ne riceve di meno dalle correnti che dovrebbero portarlo? Sembra una sottigliezza da addetti ai lavori. Non lo è per niente.
Una risposta dai dati
A provare a chiudere la questione c’è uno studio guidato da Stefan Rahmstorf del Potsdam Institute for Climate Impact Research, pubblicato su Geophysical Research Letters. Il gruppo ha messo da parte le simulazioni – che peraltro tra loro litigano sulle cause – e ha lavorato sui dati osservativi: contenuto di calore dell’oceano e flussi alla superficie, ricostruiti con la rianalisi ERA5 e poi messi a confronto con altri due archivi indipendenti, l’americano NCEP/NCAR e il giapponese JRA-3Q. La conclusione è secca. Il raffreddamento della macchia fredda non si spiega con quanto succede in superficie.
Anzi, accade il rovescio di ciò che servirebbe. Per raffreddare quella zona soltanto disperdendo calore verso il cielo, la perdita superficiale dovrebbe essere aumentata. I dati dicono che è diminuita – in modo marcato dal 1993, più lieve dal 1955. Insomma, l’oceano cede meno calore proprio perché ne riceve meno dalle correnti, e di conseguenza ne ha meno da restituire all’atmosfera. La superficie non guida il fenomeno: lo subisce.
I numeri aiutano a inquadrare la portata della cosa. Negli stessi decenni in cui l’oceano globale ha accumulato calore, la macchia fredda ne ha perso. Il calo della temperatura riguarda l’intera colonna, fino a centinaia di metri di profondità!
La Corrente del Golfo potrebbe essere la causa
Il sospettato ha un nome che agli oceanografi fa drizzare le antenne: la circolazione meridionale di rovesciamento atlantica, sigla AMOC. È il grande nastro trasportatore che spinge acqua calda verso nord e, raffreddandosi nei pressi della macchia fredda, sprofonda e torna verso sud. Proprio lì l’AMOC consegna il suo carico di calore. Se rallenta, quel calore non arriva. Vi parliamo più semplicemente della Corrente del Golfo.
C’è poi un dettaglio che incastra il quadro. Lungo la costa americana, a nord di Cape Hatteras, i dati mostrano una striscia che si scalda più della media – la cosiddetta “impronta” dell’AMOC. Coincidenza? Difficile crederlo. Le misure della temperatura attraverso i galleggianti ARGO indicano che la Corrente del Golfo si è spostata verso nord dal 2001, e le osservazioni dirette segnalano un indebolimento dell’AMOC a partire dal 2004.
Le variazioni di calore si concentrano nei primi 1.000 metri circa della colonna d’acqua: lo stesso spessore in cui scorre il ramo settentrionale dell’AMOC, mentre sotto i 2.500 metri non cambia quasi nulla.
L’eccezione del 2023, e ciò che inquieta
L’estate del 2023 ha visto temperature da record proprio in questo settore dell’Atlantico: uno strato superficiale insolitamente sottile – in certi punti appena 10 metri – si è surriscaldato sotto il sole. Durata breve. Con il rimescolamento invernale la macchia fredda è tornata al suo posto, come a ricordare che la dinamica che vede il calo della temperatura del mare in quel punto dell’Oceano c’è eccome.
La salinità marina in quell’area è la più bassa degli ultimi 120 anni, segno coerente con una circolazione che trasporta meno sale dai tropici. La Corrente del Golfo risulta indebolita di circa il 13-15% in quarant’anni. So che visto così potrebbe apparire un valore modesto, un’inezia, ma secondo gli scienziati il parere è molto diverso, in quanto i dati inquadrano un trend che rischia di vedere finire la forza della Corrente del Golfo verso le coste ed i mari europei. Niente di nuovo, ma all’apparenza, solo nuovi dati, nuove conferme, anzi, il noto “Blob dell’Atlantico” c’è ancora ed è un’entità che influenza il mare fin in profondità, fin sotto i 1000 metri dalla superficie marina.
Tutti indizi che convergono verso un’unica direzione, quella di un’AMOC in affanno. L’AMOC è un sistema di correnti che abbraccia l’intero pianeta, insomma, non parliamo solo di Europa in questo caso.
La novità che conferma precedenti studio che è le simulazioni climatiche di nuova generazione colloca il superamento della soglia di perdita di efficacia nel mitigare il clima europeo invernale attorno alla metà del secolo. Insomma, una manciata di decenni.
Gli autori della ricerca la mettono giù senza giri di parole: un rischio che chiede attenzione, e in fretta, da parte di chi decide. Però, qui il mio pensiero. A nessuno dei grandi del Pianeta interessa questa ricerca, è carta straccia, pertanto ogni proiezione sarà utile per fare prevenzione, perché quel cambiamento climatico ci sarà eccome.
Credit e fonti scientifiche (METEOGIORNALE.IT)
- Geophysical Research Letters (American Geophysical Union) – studio originale di Rahmstorf e colleghi sul “cold blob” atlantico
- Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK) – istituto di afferenza dell’autore principale
- NASA GISTEMP – serie storiche di temperatura globale utilizzate nell’analisi
- Copernicus Climate Change Service – dati satellitari sulla temperatura superficiale del mare
- IPCC – Sesto Rapporto di Valutazione, riferimento sui pattern di temperatura