
(METEOGIORNALE.IT) Le temperature medie emisferiche, anziché collocarsi all’interno della variabilità tipica stagionale, stanno risalendo con continuità verso valori prossimi – e in alcuni casi comparabili – ai picchi straordinari del 2025. Questo avviene proprio nel cuore della stagione invernale, quando, climaticamente, ci si attenderebbe il massimo raffreddamento dell’atmosfera.
Il quadro che emerge dalle analisi termiche e dai principali indici dinamici è quello di un sistema sempre più sbilanciato verso il caldo, in cui il “vecchio inverno” fatto di masse d’aria gelida estese e persistenti fatica a trovare spazio. La sensazione, suffragata dai dati, è quella di un progressivo ingresso in una fase climatica che non ha precedenti nella serie storica recente.
Emisfero Nord: un inverno “accorciato” dall’anomalia termica
Gli ultimi aggiornamenti sulla temperatura media dell’Emisfero Nord evidenziano un’anomalia positiva ben strutturata, estesa a gran parte delle latitudini medio-alte. Non si tratta di una semplice “fiammata” mite, ma di un segnale persistente: il profilo termico emisferico rimane stabilmente sopra la media climatica di riferimento, con scarti che avvicinano o superano quelli osservati nel 2025.
Questo comportamento è particolarmente significativo perché si colloca in un periodo dell’anno in cui, statisticamente, il bilancio radiativo e la configurazione circolatoria favoriscono il consolidamento di serbatoi di aria fredda sui continenti e sulle regioni polari. L’impressione è che la stagione fredda tenda a comprimersi ai margini dell’inverno, con un “cuore” sempre più tiepido e dinamiche bariche meno favorevoli a irruzioni fredde estese e durature.
In altre parole, l’inverno tende a esprimersi in modo più episodico e localizzato, mentre la “nuova normalità” è fatta di temperature più elevate, scambi meridiani meno incisivi e maggior frequenza di configurazioni anticicloniche miti.
Artico in sofferenza: un serbatoio freddo sempre più ridotto
Il segnale forse più preoccupante arriva dall’Artico. Le stime di volume del ghiaccio marino, riferite alla metà di febbraio 2026, collocano l’estensione e lo spessore del pack su valori inferiori a tutti gli anni compresi tra il 2022 e il 2025. Ancora più allarmante è il divario rispetto alla media 2004-2013, che risulta ormai molto ampio, denotando una perdita strutturale del serbatoio di ghiaccio pluriennale.
La riduzione del ghiaccio artico non è un semplice indicatore “passivo” del riscaldamento in atto, ma un elemento dinamico che altera profondamente il funzionamento dell’intero sistema climatico. Meno ghiaccio significa:
- minore estensione della superficie altamente riflettente (albedo elevata);
- maggiore esposizione dell’oceano aperto alla radiazione solare;
- aumento dell’assorbimento di calore negli strati superficiali marini;
- maggiore rilascio di calore latente e sensibile all’atmosfera sovrastante.
Si crea così un circolo vizioso: il ghiaccio si riduce, l’oceano assorbe più calore, l’atmosfera si scalda ulteriormente, rendendo ancora più difficile la ricostituzione del pack invernale. Questo indebolisce anche la capacità del sistema di ospitare un Vortice Polare troposferico freddo, compatto e ben strutturato.

Il ruolo del Vortice Polare e delle dinamiche troposferiche
In un contesto climatico “classico”, la presenza di un esteso serbatoio di aria gelida sull’Artico e sulle alte latitudini favorisce la formazione di un Vortice Polare robusto, in grado di confinare il freddo nelle regioni polari o, a seconda dell’interazione con le onde planetarie, di inviarne parte verso le medie latitudini attraverso irruzioni fredde più o meno marcate.
L’indebolimento del ghiaccio artico e l’eccesso di calore accumulato negli oceani circumpolari stanno però cambiando le regole del gioco. Il Vortice Polare tende sempre più spesso ad assumere caratteristiche ibride: talvolta molto intenso e accentrato (con forte gradiente barico e correnti zonali tese), talvolta disturbato ma incapace di generare vere e proprie irruzioni fredde di ampio respiro. Le pulsazioni fredde che raggiungono le medie latitudini risultano frequentemente:
- più brevi;
- meno estese spazialmente;
- inserite in un contesto termico di fondo più caldo.
Ne deriva una circolazione generale che privilegia configurazioni a forte contenuto zonale o, in alternativa, blocchi anticiclonici di lunga durata, spesso accompagnati da condizioni miti o addirittura calde per la stagione.
Global Relative AAM: un indice chiave in fase di transizione
Un tassello importante per interpretare il comportamento dell’atmosfera è fornito dal Global Relative Atmospheric Angular Momentum (AAM), un indice che sintetizza lo stato del momento angolare atmosferico legato, tra l’altro, all’intensità e alla latitudine delle correnti a getto.
In questa fase l’AAM oscilla su valori negativi (intorno a −1,5/−2,0), condizione che, in teoria, favorirebbe una circolazione meno zonale, con getti più ondulati e maggior frequenza di blocchi e scambi meridiani. Tuttavia, le proiezioni indicano la tendenza a un riavvicinamento verso valori neutri o addirittura positivi tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo.
Un AAM in risalita verso la neutralità o il campo positivo corrisponde, spesso, a:
- getto atlantico più teso e rettilineo;
- rinforzo delle correnti occidentali alle medie latitudini;
- riduzione degli scambi meridiani profondi;
- minore probabilità di irruzioni fredde estese e persistenti.
In un contesto emisferico già surriscaldato, questo cambio di regime dell’AAM rischia di tradursi in una prosecuzione della stagione con impronta mite, con pochi margini per configurazioni invernali “classiche” sull’Europa e sul Mediterraneo.
Il “giro di boa” climatico dal 2022: un sistema sempre più sbilanciato
Sul piano climatico di fondo, diversi segnali indicano che dal 2022 il sistema abbia compiuto un vero e proprio “giro di boa”. Nonostante la presenza di fattori che avrebbero dovuto, almeno in parte, mitigare il riscaldamento – come la fase fredda del Pacifico (La Niña) e una PDO (Pacific Decadal Oscillation) orientata verso valori negativi – le temperature medie globali ed emisferiche hanno continuato a crescere.
Questo suggerisce che il sistema climatico stia rispondendo in modo sempre più sensibile all’energia in eccesso immagazzinata negli oceani. Gli oceani, infatti, agiscono come un enorme serbatoio termico: assorbono una quota rilevante del surplus di calore dovuto all’aumento dei gas climalteranti, rilasciandolo poi progressivamente all’atmosfera attraverso flussi di calore latente e sensibile.
Se, anche in presenza di forzanti naturali “raffreddanti”, il bilancio complessivo rimane sbilanciato verso il caldo, significa che l’inerzia del sistema oceanico-atmosferico è ormai tale da spingere le temperature verso livelli sempre più lontani dalle medie storiche.
Verso El Niño: dal “condizionatore” acceso al surplus di calore
Le proiezioni dei principali centri di calcolo convergono su un probabile passaggio a condizioni di El Niño tra l’estate e l’autunno 2026. Si tratterebbe di un cambio di fase cruciale: dopo un periodo caratterizzato da La Niña, spesso definita metaforicamente come un “condizionatore” in grado di contenere in parte il riscaldamento globale superficiale, l’ingresso in El Niño tende, al contrario, ad amplificare il segnale termico.
El Niño, infatti, è associato:
- a un riscaldamento anomalo delle acque superficiali nel Pacifico equatoriale centrale e orientale;
- a una riorganizzazione della circolazione atmosferica tropicale (Walker circulation);
- a teleconnessioni che si propagano verso le medie e alte latitudini, influenzando getti, onde planetarie e pattern di blocco.
In un contesto in cui gli oceani presentano già una temperatura di fondo molto elevata, l’innesco di un El Niño potrebbe innalzare ulteriormente la media termica globale, portando il pianeta a sfiorare o superare, su base annua, soglie dell’ordine di +1,5/+1,6 °C rispetto al periodo pre-industriale.
Oceani caldi, ghiaccio ridotto e getto atlantico più intenso
Combinando oceani già surriscaldati, ghiaccio artico ai minimi storici e una possibile fase di El Niño, si configura un quadro in cui il getto atlantico potrebbe risultare ulteriormente intensificato e più spesso barotropico. In termini pratici, ciò significa:
- aumento di episodi con correnti occidentali tese sull’Atlantico e sull’Europa;
- maggiore continuità di flussi miti e umidi alle medie latitudini;
- minor probabilità di profonde ondulazioni in grado di convogliare aria artica o continentale verso sud.
In questo tipo di scenario, l’inverno europeo tende a essere caratterizzato da fasi perturbate ma miti, o, in alternativa, da lunghi periodi anticiclonici con temperature superiori alla media e scarse precipitazioni, specie sul Mediterraneo.
Anticiclone africano e pattern di blocco: verso fasi calde persistenti
Un ulteriore elemento da considerare è la possibile risposta del campo anticiclonico subtropicale africano, che negli ultimi anni ha mostrato una tendenza a espandersi con maggiore facilità verso nord, sia in estate che in pieno inverno. In presenza di un getto atlantico energico e di un continente europeo progressivamente più caldo, le risalite di aria subtropicale continentale o marittima possono diventare più frequenti e persistenti.
Questo si traduce, sul Mediterraneo e sull’Italia, in:
- anomalie termiche positive ricorrenti, in tutte le stagioni;
- ondate di caldo fuori stagione, anche nel semestre freddo;
- maggior frequenza di periodi siccitosi associati a campi di alta pressione duraturi.
Un anno di possibile “rottura definitiva”?
Alla luce di tutti questi elementi – temperatura emisferica in forte risalita, Artico in sofferenza, oceani molto caldi, tendenza verso El Niño e modifiche delle grandi circolazioni atmosferiche – il 2026 potrebbe rappresentare un anno di ulteriore rottura rispetto alla climatologia a cui eravamo abituati.
Non si tratta solo di un “nuovo record” da registrare nelle statistiche, ma della possibile conferma che il sistema climatico non sta più oscillando intorno a una media stabile, bensì sta scivolando verso un nuovo stato di equilibrio, caratterizzato da valori termici più elevati e da una distribuzione delle masse d’aria profondamente diversa.
Conclusioni operative per la comunità meteorologica
Per la comunità meteorologica, questo scenario implica la necessità di:
- aggiornare costantemente le basi climatologiche di riferimento;
- interpretare gli indici teleconnettivi (AAM, ENSO, PDO, NAO, AO) alla luce di un sistema di fondo più caldo e più energico;
- comunicare in modo chiaro che molti pattern “classici” stanno cambiando di significato e frequenza;
- integrare sempre di più l’analisi sinottica tradizionale con una visione climatologica di lungo periodo.
L’attenzione dovrà restare alta, sia nell’analisi operativa quotidiana sia nella divulgazione al pubblico, per spiegare come e perché il clima stia entrando in una fase che, a tutti gli effetti, ha caratteristiche di “territorio inesplorato” rispetto agli standard con cui abbiamo interpretato l’atmosfera negli ultimi decenni.
Credit: questo articolo è stato realizzato analizzando i dati dei modelli matematici ECMWF e Global Forecast System del NOAA, ICON, AROME, UKMO, GEM per le previsioni meteorologiche. (METEOGIORNALE.IT)
