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Si parla di freddo micidiale verso Europa, il peggiore da 10-15 anni per fine mese

Federico De Michelis di Federico De Michelis
14 Gen 2026 - 19:30
in A La notizia del giorno, A Scelta dalla Redazione, Meteo News, Zoom
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(METEOGIORNALE.IT) Abbiamo consultato vari meteorologi e climatologi americani, tra cui il famoso Judah Cohen che seguo con accuratezza ogni semestre freddo, essendo uno dei maggiori ricercato in ambito di previsioni del meteo invernale estremo.

Oggi su X.COM scrive: un ponte anticilonico tra Alaska, Mare di Barents e Mare di Kara contribuirà a concentrare le basse altezze geopotenziali nel settore nordatlantico e potrebbe portare un raro rischio simultaneo di freddo estremo in Canada, Stati Uniti ed Europa per la quarta settimana di gennaio. L’intensità del freddo europeo potrebbe essere senza precedenti negli ultimi anni.

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C’è qualcosa di stranamente familiare nelle proiezioni modellistiche che stiamo analizzando in queste ore, una sorta di déjà vu atmosferico che ci riporta indietro di almeno un decennio. Osservando le dinamiche previste per l’ultima parte di Gennaio e l’inizio di Febbraio, non stiamo parlando di scenari apocalittici o di ere glaciali imminenti, bensì di una configurazione che, fino a dodici o quindici anni fa, rappresentava la normalità della stagione invernale alle nostre latitudini. Insomma, quello che oggi ci appare come un evento straordinario, un tempo era semplicemente l’inverno.

La situazione che si sta delineando sui principali centri di calcolo suggerisce un cambio di passo netto, una manovra a tenaglia che potrebbe isolare una vasta area di bassa pressione colma di aria fredda proprio sul cuore del Vecchio Continente. È una dinamica complessa, affascinante per chi studia la fisica dell’atmosfera, ma che richiede molta cautela nell’interpretazione, data la distanza temporale e la naturale volubilità dei modelli matematici.

 

La configurazione barica: il blocco atlantico

Il motore di tutto questo cambiamento risiede, come spesso accade, in ciò che avviene in pieno oceano Atlantico e, di riflesso, sulla calotta polare. Le mappe della pressione in quota mostrano con insistenza il tentativo di elevazione dell’Alta Pressione delle Azzorre verso nord, puntando decisa verso la Groenlandia e l’Islanda. Questo movimento, tecnicamente definito come blocco atlantico, è la chiave di volta per sbloccare il freddo verso l’Europa.

Quando l’anticiclone si allunga in meridiana verso il Polo, interrompe il flusso zonale, ovvero quella “corrente a getto” che solitamente spara aria mite e umida dall’oceano verso il continente europeo, mantenendo gli inverni scialbi e piovosi. Bloccata la porta atlantica, si apre quella artica o continentale. Le mappe evidenziano chiaramente la formazione di un “ponte” di alta pressione che collega l’Atlantico settentrionale con l’area dei mari di Barents e Kara, a ridosso della Siberia.

Questa struttura di blocco costringe le masse d’aria gelida, che solitamente stazionano al Polo, a scivolare lungo il bordo orientale dell’anticiclone. È come se avessimo aperto un cancello: l’aria fredda, pesante, scivola verso il basso, invadendo la Scandinavia, il Regno Unito e tuffandosi poi verso l’Europa centrale. Non è un evento eccezionale in termini assoluti, diciamolo chiaramente, ma lo è diventato nella nostra percezione recente, abituati come siamo a inverni dominati dall’anticiclone africano o da flussi miti occidentali.

 

Teleconnessioni e indici climatici: cosa bolle in pentola

Per capire se questa tendenza ha basi solide o se è solo un miraggio modellistico, dobbiamo guardare agli indici di comportamento del clima, le cosiddette teleconnessioni. In questo periodo, tra la fine di Gennaio e l’inizio di Febbraio, stiamo assistendo a segnali interessanti che corroborano l’ipotesi fredda.

L’indice AO (Arctic Oscillation) e l’indice NAO (North Atlantic Oscillation) sembrano propendere verso valori negativi o neutri. In parole povere, quando questi indici scendono, significa che il Vortice Polare è debole, disturbato, e non riesce a trattenere l’aria gelida alle alte latitudini. Le ondulazioni della corrente a getto diventano ampie, permettendo scambi meridiani: il caldo sale verso il Polo (quello che vediamo come anomalia positiva sulla Groenlandia), e il freddo scende verso le medie latitudini.

Un altro fattore cruciale è l’Amplificazione Artica. Il riscaldamento sproporzionato dell’Artico rispetto alle medie latitudini sta rendendo la corrente a getto più lenta e sinuosa. Questo favorisce stazionarietà delle figure bariche. Se si forma un blocco freddo sull’Europa, questo potrebbe persistere più a lungo rispetto al passato. Nelle mappe allegate, notiamo proprio questa tendenza: una vasta bolla di geopotenziali bassi che sembra voler mettere radici tra la Francia, la Germania e l’Italia.

 

Il ruolo dello Stratwarming e il Vortice Polare

Non possiamo ignorare l’elefante nella stanza: il possibile Stratwarming. I modelli matematici continuano a fiutare un riscaldamento repentino della stratosfera polare. Quando questo accade, il Vortice Polare stratosferico subisce uno shock, rallenta bruscamente e può addirittura invertirsi o rompersi (split).

Se questa rottura dovesse propagarsi verso la troposfera (lo strato dove viviamo noi), le conseguenze potrebbero essere rilevanti per il mese di Febbraio. Un Vortice Polare frantumato significa che lbi (lobi) di aria gelida possono vagare liberi per l’emisfero settentrionale. Uno di questi lobi sembra essere destinato proprio al comparto euro-atlantico. Tuttavia, bisogna essere onesti: gli effetti di uno Stratwarming non sono immediati e, soprattutto, non sono matematici. C’è sempre un certo grado di incertezza su dove colpirà esattamente il freddo. Potrebbe finire tutto in Nord America o in Siberia, lasciandoci a secco. Ma, al momento, le proiezioni indicano l’Europa come un bersaglio privilegiato.

L’analisi della situazione in Europa

Guardando l’evoluzione generale sull’Europa, le mappe mostrano una progressiva conquista del territorio da parte delle correnti fredde. L’aria, di origine polare marittima (inizialmente) e poi forse con contributi più continentali, dovrebbe abbracciare gran parte del continente.

Paesi come la Germania, la Polonia, la Repubblica Ceca e l’area alpina si troverebbero sotto isoterme decisamente invernali. Non stiamo parlando necessariamente di record storici, ma di un freddo solido, costante, capace di riportare le temperature medie del periodo su valori che non vedevamo da tempo. È il ritorno dell’inverno “normale”, quello che gela le strade e imbianca le pianure del centro Europa.

L’aspetto più interessante è la persistenza. Non sembra trattarsi di una toccata e fuga di 24 ore, ma di una configurazione che potrebbe accompagnarci per l’ultima settimana di Gennaio e forse oltre. Questo permetterebbe al suolo di raffreddarsi, creando quel “cuscinetto” freddo che è fondamentale per eventuali nevicate successive.

Focus sull’Italia: contrasti e instabilità

Arriviamo al dunque: cosa succede in Italia? Qui la situazione si fa, se possibile, ancora più complessa e dinamica. L’aria fredda, scendendo dal Nord Europa, deve fare i conti con un ostacolo formidabile e, al tempo stesso, un generatore di caos: il Mar Mediterraneo.

I nostri mari sono ancora caldi, o comunque decisamente più caldi rispetto all’aria che sta per arrivarci sopra. Quando una massa d’aria fredda e instabile scorre su una superficie marina temperata, si innescano moti convettivi violenti. L’aria calda sale, quella fredda scende, si crea turbolenza. Questo significa genesi di minimi depressionari, vortici ciclonici che possono approfondirsi rapidamente sui nostri mari, tra il Mar Tirreno e l’Adriatico.

Per il Nord Italia, la situazione è peculiare. Le regioni settentrionali, protette dall’arco alpino, potrebbero vedere un ingresso del freddo più “secco” inizialmente, ma capace di sedimentarsi nei bassi strati, specialmente in Pianura Padana. Qui le temperature potrebbero scendere decisamente sotto la media, creando giornate di ghiaccio o comunque di freddo pungente. È in questo contesto che il termine “sotto media” assume un significato concreto, riportando quelle sensazioni di gelo umido tipiche degli inverni padani di una volta.

Per il Centro e il Sud Italia, invece, il discorso cambia. L’interazione tra l’aria fredda e il mare potrebbe scatenare venti forti, burrasche e precipitazioni intense. La quota neve, in questi casi, dipende dall’intensità delle precipitazioni e dall’esatta traiettoria del nucleo freddo. Basterebbe uno spostamento di qualche centinaio di chilometri verso est o ovest per cambiare radicalmente lo scenario: dalla pioggia fredda alla neve in collina, o addirittura in pianura e sulle coste se l’aria continentale dovesse entrare con più decisione.

 

Volatilità previsionale

Dobbiamo, per onestà intellettuale, sottolineare un aspetto fondamentale: la volatilità. Quando si analizzano mappe a 10 o 15 giorni, stiamo guardando una tendenza, non una certezza scolpita nella pietra. I modelli matematici, in queste situazioni di scambi meridiani molto accentuati, vanno spesso in confusione. Basta un piccolo cambiamento nell’inclinazione dell’Alta Pressione in Atlantico per far scivolare tutto il freddo sulla Spagna (lasciandoci sotto correnti umide e miti) o sulla Grecia e Turchia (lasciandoci sotto venti secchi settentrionali).

La variabilità è intrinseca in questo tipo di configurazioni. Tuttavia, il segnale è forte e reiterato. Diversi centri di calcolo, pur con sfumature diverse, insistono sulla stessa dinamica di base: blocco atlantico e discesa fredda. Questo aumenta la confidenza nella previsione generale, pur lasciando ampi margini di incertezza sui dettagli locali.

Inoltre, va considerato che l’atmosfera cerca sempre un equilibrio. Dopo lunghi periodi di stasi anticiclonica o di correnti miti, spesso reagisce con movimenti opposti di pari intensità. È la legge del compenso atmosferico, non scritta ma spesso verificata. L’energia accumulata deve essere dissipata, e i contrasti termici sono il modo in cui la natura ristabilisce l’equilibrio.

 

Conclusioni: un inverno da monitorare

In conclusione, ci avviamo verso una fase meteo estremamente interessante. Non è l’arrivo del “Burian” del secolo, e non serve gridare al lupo. È, molto più semplicemente, il ritorno di un inverno dinamico, vivo, fatto di scambi termici, di venti, di freddo e potenzialmente di neve.

Per il Nord Italia, si prospetta un periodo decisamente rigido, con temperature che potrebbero rimanere sotto la media per diversi giorni, permettendo al freddo di “mettere radici”. Per il resto della Penisola, sarà il regno dell’instabilità, dei contrasti, del vento.

L’evoluzione andrà seguita passo dopo passo, perché con l’ingresso di aria fredda nel Mediterraneo, le sorprese sono sempre dietro l’angolo. Potremmo trovarci di fronte a ciclogenesi esplosive o a rapidi miglioramenti. Quello che è certo è che la noia meteorologica, che ha caratterizzato lunghe fasi degli ultimi inverni, sembra destinata a prendersi una pausa. Prepariamoci a rispolverare sciarpe e cappotti pesanti, perché l’atmosfera ha deciso di ricordarci che siamo ancora in Inverno.

 

Riferimenti e approfondimenti: (METEOGIORNALE.IT)

  • NOAA Climate Prediction Center – Stratosphere Monitoring
  • ECMWF – European Centre for Medium-Range Weather Forecasts Charts
  • Met Office – Global Weather Guidance
  • NASA – Ozone Watch and Polar Vortex Analysis
  • World Meteorological Organization – State of the Climate
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Tags: anomalia termicablocco atlanticofreddo europaneve italiastratwarmingtemperature invernovortice polare
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Libero professionista nel campo dei dati meteo e dell’Osservazione della Terra. Laurea in Ingegneria Spaziale (Brunel University London). Formazione avanzata in meteorologia in Europa e in Canada, con approfondimenti su modellistica numerica, telerilevamento e analisi dei dati ambientali. Cosa faccio Previsione operativa e analisi per settori meteo-sensibili (energia, outdoor, eventi, turismo) Interpretazione di prodotti satellitari e di modelli (EO/remote sensing) Assessment dei rischi meteo-climatici e reportistica Divulgazione e supporto a media e progetti educativi/R&D Lavoro all’intersezione tra scienza, tecnologia e decisioni concrete, con attenzione a qualità dei dati e comunicazione chiara. La meteorologia è la mia passione fin da bambino; dopo un anno di liceo all’estero mi sono trasferito a Londra dove ho conseguito la laurea alla Brunel University London.

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