Gli ultimi aggiornamenti indicano che il Vortice Polare è destinato a subire un nuovo e significativo indebolimento strutturale tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, aprendo la strada a una maggiore mobilità delle masse d’aria artiche verso le medie latitudini. Uno scenario che potrebbe avere ripercussioni rilevanti su Nord America ed Europa, con un ritorno di condizioni più marcatamente invernali.
Il Vortice Polare rappresenta il grande “contenitore” dell’aria fredda alle alte latitudini. Quando la sua struttura è compatta e ben organizzata, il flusso occidentale rimane teso e il freddo resta confinato nelle regioni polari. Al contrario, nelle fasi di disturbo o frammentazione, il vortice perde coesione, il getto si ondula e l’aria gelida può scivolare verso sud con maggiore facilità.
Una prima fase di disturbo già in atto
Nella fase attuale, il vortice appare allungato e asimmetrico, con il nucleo principale spostato rispetto al Polo. Un robusto promontorio anticiclonico in quota sul Nord Pacifico sta giocando un ruolo chiave, deformando il getto polare e favorendo la discesa di aria artica dal Canada verso gli Stati Uniti. Questo assetto apre un vero e proprio corridoio freddo diretto verso il Midwest e la East Coast, con un raffreddamento che potrebbe spingersi fino agli Stati del Sud.
In Europa, il segnale iniziale è più graduale ma comunque significativo: il rientro di aria fredda nei bassi strati favorisce inversioni termiche, ristagni di aria gelida e le prime condizioni favorevoli a un ritorno della neve soprattutto nelle aree interne e orientali.
Il ruolo chiave della stratosfera
A rendere il quadro ancora più interessante è la dinamica stratosferica. I modelli mostrano un consistente riscaldamento alle quote medio-alte della stratosfera, associato a un’anomalia anticiclonica che tende a comprimere e deformare ulteriormente il vortice. Questo processo può portare a una vera e propria divisione del nucleo freddo, con uno dei lobi spinto verso il Nord America e l’altro più orientato verso l’Eurasia.
Il meccanismo noto come accoppiamento verticale tra troposfera e stratosfera consente a queste anomalie di propagarsi verso il basso, rallentando il getto e amplificando gli scambi meridiani. In pratica, aumenta la probabilità di irruzioni fredde più profonde e persistenti.
Fine gennaio: possibile svolta invernale
Tra la terza decade di gennaio e l’inizio di febbraio si profila una fase più netta di rottura del pattern zonale. Le simulazioni mostrano anomalie termiche molto marcate sul Nord America, con temperature a 850 hPa anche 10–15 °C sotto la media su ampie aree di Canada e Stati Uniti, gelate estese e un manto nevoso in forte espansione.
Anche l’Europa potrebbe essere coinvolta, seppur con modalità più variabili. L’ingresso di aria fredda da nord o nord-est potrebbe favorire episodi nevosi fino a quote basse su diversi settori, soprattutto centro-orientali e meridionali, alternati a temporanee rimonte più miti atlantiche sull’ovest del continente.
Uno scenario da monitorare con attenzione
Nel complesso, il quadro suggerisce un ritorno a un regime più invernale del normale su vaste porzioni dell’emisfero settentrionale. La distribuzione degli effetti dipenderà da piccoli ma cruciali dettagli: posizione dei blocchi anticiclonici, traiettoria delle saccature e tempistiche del disturbo stratosferico.
Non si tratta di un singolo episodio isolato, ma di una possibile fase dinamica destinata a condizionare il tempo per diversi giorni. Per questo motivo, l’evoluzione del Vortice Polare rappresenta uno degli elementi chiave da seguire attentamente nelle prossime settimane, per comprendere se l’inverno è davvero pronto a mostrare il suo volto più deciso.
Credit: questo articolo è stato realizzato analizzando i dati dei modelli matematici ECMWF e Global Forecast System del NOAA, ICON, AROME, UKMO per le previsioni meteorologiche.
