
A rendere il momento ancora più delicato è la convergenza di tre elementi difficili da incastrare: la scienza che segnala il superamento imminente di soglie critiche, la geopolitica che complica il consenso multilaterale e la finanza che fatica a trasformare le intenzioni in capitali disponibili dove servono. Sullo sfondo, l’urgenza di tutelare le grandi foreste tropicali e di ridurre in modo tangibile l’uso di combustibili fossili.
Nel percorso che porta alle negoziazioni di Novembre 2025, l’agenda di Brasile e Nazioni Unite prova a tenere insieme questi piani. Ma i messaggi che arrivano da Belém non sono neutri: parlano di responsabilità, di scelte e di tempo che non si può più sprecare.
La cornice politica: parole dure
A Belém, il Segretario generale dell’ONU António Guterres ha accusato apertamente una parte del settore privato di trarre profitti dalla devastazione climatica e di ostacolare il progresso con campagne di influenza e disinformazione. Il messaggio è chiaro: senza un cambio di passo che coinvolga governi e grandi aziende, la traiettoria di riscaldamento non rientrerà nell’obiettivo dei 1,5°C. La sua non è una schermaglia retorica, ma un richiamo che rilegge alla luce del presente gli impegni presi a Parigi nel 2015 e ribaditi in ogni ciclo negoziale successivo.
L’ospite di casa, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, ha rincarato la dose, denunciando l’azione di forze estremiste che diffondono falsità sul cambiamento climatico per tornaconto politico. Il suo invito è a non confondere il dibattito democratico con l’uso sistematico della disinformazione, in un momento in cui ogni ritardo produce impatti sociali ed economici più duri, in particolare nei paesi più vulnerabili. Non è mancata la polemica internazionale: nelle dichiarazioni incrociate è tornata al centro la negazione del problema climatico da parte di autorevoli figure politiche, tema che avvelena il confronto multilaterale proprio mentre sarebbero necessari pragmatismo e cooperazione.
Oerché +1,5°C non è uno slogan
La soglia di 1,5°C non è un totem politico, ma il risultato di anni di valutazione scientifica. Le valutazioni dell’IPCC indicano che, senza riduzioni rapide e profonde delle emissioni in tutti i settori, il mondo è destinato a superarla già nei primi anni Trenta del 2000. Superare temporaneamente 1,5 °C significa aumentare la probabilità di impatti irreversibili su ecosistemi chiave, accentuare gli estremi di calore, stress idrico e perdita di biodiversità, rendendo al tempo stesso più costoso e incerto il futuro rientro delle temperature. In altre parole, ogni decimo di grado conta e gli anni che ci separano dal picco di emissioni sono decisivi.
Questo non equivale a cedere al fatalismo. La letteratura scientifica sottolinea che percorsi ancora compatibili con 1,5°C richiedono un’accelerazione immediata: tagli netti alle emissioni, elettrificazione spinta, efficienza energetica, rinnovabili e investimenti in adattamento, con una governance capace di non lasciare indietro comunità e regioni esposte.
Il nodo economico
Sullo scacchiere economico si gioca una partita cruciale. Nel 2022 le sovvenzioni al consumo di combustibili fossili hanno superato 1.000 miliardi di dollari, complice la crisi energetica e gli interventi per calmierare i prezzi interni. Se si considerano anche i costi ambientali non internalizzati, la stima complessiva dei sussidi impliciti raggiunge diverse migliaia di miliardi. È una cifra che fotografa la distanza tra il dichiarato e il realizzato: mentre si cercano nuove risorse per finanziare decarbonizzazione e adattamento, si continua a sostenere, direttamente o indirettamente, ciò che bisognerebbe ridurre.
La finanza privata intanto muove passi, ma la scala non è ancora sufficiente. In vista di Belém, una piattaforma di finanza per il clima cofondata da MUFG, il maggiore gruppo finanziario giapponese, ha annunciato una raccolta iniziale di 600 milioni di dollari per sostenere l’adattamento e la riduzione delle emissioni nei paesi in via di sviluppo. È un segnale positivo, coerente con l’idea di mobilitare capitali misti e condividere il rischio, ma resta lontano dai centinaia di miliardi l’anno che le Nazioni Unite stimano necessari per colmare il gap dell’adattamento. La questione non è solo quante risorse si annunciano, ma quante arrivano davvero a progetti bancabili, verificabili e con benefici misurabili sul campo.
Foreste tropicali al centro
Non è un caso che la COP30 si svolga alle porte dell’Amazzonia. Le grandi foreste tropicali sono infrastrutture climatiche di cui dipendono piogge, stoccaggio di carbonio e resilienza regionale. In parallelo al dossier amazzonico, a Belém ha preso forma un’iniziativa da 2,5 miliardi di dollari per la protezione della Foresta del Congo, sostenuta da paesi europei con l’obiettivo di rafforzare la conservazione e la gestione sostenibile nei prossimi anni. Il messaggio politico è duplice. Primo, non esiste una sola foresta che possa assorbire tutta la pressione globale: Amazzonia, Congo e Sud Est asiatico richiedono attenzione simultanea. Secondo, senza diritti territoriali, tracciabilità delle filiere e pianificazione economica coerente, i fondi rischiano di ottenere risultati inferiori alle aspettative.
Sul versante brasiliano, il governo ha rilanciato la tutela dei biomi e il contrasto alla deforestazione illegale, nella consapevolezza che la credibilità del Brasile come paese ospitante dipende dalla coerenza tra politiche interne e leadership internazionale. La convergenza tra finanziamenti dedicati, controllo del territorio e alternative economiche per le comunità locali è la cartina di tornasole su cui il mondo misurerà l’efficacia degli annunci.
Europa, le alleanze: il realismo
L’Unione Europea arriva a Belém con l’intenzione dichiarata di spingere per una maggiore ambizione globale, tenendo insieme tagli alle emissioni e adattamento. Ma la capacità di costruire alleanze efficaci dipenderà anche dallo scenario geopolitico più ampio e dal ruolo delle principali economie. Le controverse posizioni di leader di primo piano, il rischio di stalli procedurali e la moltiplicazione di eventi paralleli possono rallentare il negoziato proprio nelle sue fasi più delicate. Non è un dettaglio: organizzare gli interventi dei capi di Stato prima dell’avvio dei negoziati tecnici, come deciso dal Brasile, serve a ridurre la congestione logistica e a evitare che la dimensione simbolica sottragga tempo prezioso alla tessitura di compromessi operativi.
Al netto dei retroscena, l’esito di COP30 si misurerà su alcuni parametri concreti: chiarezza sulle traiettorie di uscita dai combustibili fossili, progressi misurabili su perdite e danni, aumento verificabile dei flussi finanziari verso mitigazione e adattamento, riconoscimento effettivo del ruolo di Popoli Indigeni e comunità locali nella tutela degli ecosistemi.
Cosa resta degli annunci: dalle parole ai fatti
Le parole pronunciate a Belém hanno un valore politico, ma non sostituiscono gli strumenti. Il richiamo di Guterres a scardinare i conflitti di interesse non può restare isolato se i governi non riallineano i sussidi energetici, accelerando la riforma dei prezzi e proteggendo allo stesso tempo i redditi più fragili. Gli avvertimenti di Lula sulla disinformazione richiedono una risposta coordinata, dalla trasparenza dei dati fino alle regole per la comunicazione istituzionale. Sul fronte finanziario, iniziative come il fondo sostenuto da MUFG mostrano che la leva privata può attivarsi, ma hanno bisogno di cornici pubbliche stabili, pipeline di progetti e misurazione rigorosa degli impatti per scalare davvero.
Tutto converge su un punto. Senza un calendario verificabile e responsabilità chiare, la COP30 rischia di aggiungere un nuovo capitolo alla lunga lista di summit che promettono più di quanto consegnano. Con un’aggravante: il ciclo del carbon budget non aspetta i tempi della politica.
Riassumendo
A Belém è andato in scena un confronto franco. Nazioni Unite e Brasile hanno alzato il livello dell’attenzione, la scienza ricorda che la soglia dei 1,5°C è vicina, l’economia mostra sussidi ai fossili ancora enormi e una finanza climatica che cresce ma non basta. Le foreste tropicali, dall’Amazzonia al Bacino del Congo, tornano al centro come parte della soluzione, a patto di accompagnare i fondi con governance e diritti. La prova di COP30 sarà trasformare i rimproveri e gli avvertimenti in architetture operative, verificabili e finanziate, perché il tempo utile si misura ormai in anni, non in decenni.