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La storia di Roma è indissolubilmente legata al Tevere, un rapporto che per oltre duemila anni ha oscillato tra benedizione e maledizione. Il passato di Roma corre in parallelo con le vicende del corso d’acqua che la attraversa, fin dalla leggendaria fondazione della città: fu il Tevere, forse in piena, ventotto secoli fa, a trasportare la cesta di Romolo e Remo fino al punto in cui vennero trovati dalla lupa, ai piedi del colle Palatino.
Ironicamente, se Roma deve la sua nascita a un’inondazione mitica, per secoli le vere alluvioni del Tevere rappresentarono una delle maggiori piaghe della città, causando migliaia di morti e devastazioni incommensurabili.
L’età antica
Le prime inondazioni documentate
Le testimonianze di inondazioni a Roma risalgono al V secolo a.C., con la prima piena storicamente documentata nel 414 a.C., riportata da Tito Livio. Tra il 414 a.C. e il 1277 d.C., a Roma sono state registrate 58 piene, in media una ogni trent’anni.
Durante l’epoca repubblicana si verificarono ben 23 inondazioni tra il 414 a.C. e il 44 a.C.. Tito Livio descrisse con drammaticità queste calamità: nel 194 a.C. raccontò che “il fiume con impeti assai più violenti dell’anno precedente… irrompendo in città travolse due ponti e molti edifici soprattutto nella regione della Porta Flumentana.”
Gli interventi imperiali
I Romani dell’epoca imperiale compresero presto la necessità di interventi strutturali. Augusto istituì i “Curatores riparum et alvei Tiberis“, magistrati specializzati nella manutenzione dell’alveo e degli argini. L’imperatore Claudio realizzò presso Portus, alle foci del Tevere, un canale (poi ampliato da Traiano e oggi noto come canale di Fiumicino) per favorire lo sfogo delle acque verso il mare.
Nonostante questi interventi, le inondazioni persistettero. Tuttavia, statisticamente diminuirono: nell’arco di 385 anni, tra il 15 e il 398 d.C., si registrarono soltanto 15 alluvioni, ovvero una ogni venticinque anni circa.
Il Medioevo e il Rinascimento: il “periodo nero”
Le testimonianze delle lapidi
Nel Medioevo si affermò l’usanza di commemorare le piene più devastanti con lapidi commemorative, dette “manine” per la caratteristica mano con l’indice proteso che indicava il livello raggiunto dalle acque. La piena del 6 novembre 1277 è la più antica per la quale si sia conservata una targa commemorativa.
Targhe delle inondazioni si possono trovare ovunque nella parte storica della città, ma in alcuni punti ne furono affisse numerose: in particolare il muro esterno di Castel Sant’Angelo, il porto fluviale di Ripa Grande e la chiesa di Santa Maria sopra Minerva; quest’ultima sorge presso il Pantheon, in uno dei punti più bassi di Roma, dove l’acqua raggiungeva altezze più elevate.
Il secolo delle grandi catastrofi
Il “periodo nero” del Tevere può essere fatto risalire dal 1450 al 1700, quando si verificarono una dozzina di piene eccezionali, con migliaia di vittime, casualmente particolarmente rilevanti durante le celebrazioni del Giubileo: 1475, 1500 e 1700.
Il secolo delle grandi alluvioni fu il Cinquecento, perché tra il 1495 e il 1606 si verificarono ben sette piene eccezionali: tra di esse, tragica quella dell’8 ottobre 1530, che causò 3.000 morti e distrusse più di 300 case.
La grande alluvione del 1598: il record assoluto
La vigilia di Natale tragica
Tra il Quattrocento e il Settecento, la più devastante fu probabilmente l’esondazione del Natale del 1598, quando le acque del fiume in piena arrivarono fino al livello di 19,56 metri a Ripetta, un record rimasto insuperato, sommergendo per sei metri le colonne del Pantheon e provocando migliaia di morti.
Con un livello idrometrico stimato in 19,56 metri, questa piena rappresenta l’alluvione più imponente che abbia mai colpito la città: causò 150 morti e la sua portata è valutata in ben 4.000 mc/sec, un valore enorme considerando anche che il Nilo ha una portata media di circa 3.000 mc/sec.
I danni e le conseguenze
La devastazione fu immane: nove molini furono distrutti dalla corrente del Tevere, che trascinò via persino i cadaveri nelle tombe di Santa Maria dell’Anima e inghiottì tre delle sei arcate dell’antico pons Aemilius, conosciuto all’epoca con il nome di Ponte Senatorio e da quel giorno ribattezzato Ponte Rotto.
A Piazza Navona le acque raggiunsero il livello di cinque metri e al Pantheon di sei. La memoria di questa catastrofe ispirò anche l’arte: una ulteriore, originale testimonianza della catastrofica piena è la Fontana della Barcaccia: a ispirare i Bernini, si dice, fu il ricordo di un relitto di un barcone trascinato in quell’occasione dal fiume in piena fino a Piazza di Spagna.
L’Ottocento: verso la soluzione definitiva
L’alluvione del 1870 e il risveglio nazionale
Sicuramente tragica fu quella del 28 dicembre 1870, con le acque che raggiunsero i 17,22 metri, livello che non si raggiungeva dal 1637. Le vittime e i danni causati dalla piena impressionarono talmente l’Italia, che aveva appena acquisito Roma come sua capitale, che Re Vittorio Emanuele, accorso nella città dove ancora non aveva messo piede, decise di adottare rimedi risolutivi.
La coincidenza fu drammaticamente simbolica: come un segno del destino, il 28 dicembre 1870, poco più di due mesi dopo la breccia di Porta Pia, Roma subì una grande inondazione da 17,22 metri, la maggiore dal 1637.
Il progetto Garibaldi e la svolta
Giuseppe Garibaldi si fece promotore della soluzione definitiva: nel 1875 spinse il Parlamento a dichiarare l’urgenza dell’opera e simultaneamente presentò un progetto di deviazione del Tevere e dell’Aniene, che avrebbero dovuto aggirare Roma da est.
Alla fine prevalse il progetto di Raffaele Canevari, con la proposta di arginare il Tevere mediante gli alti muraglioni di travertino presenti ancora oggi. L’ultima pietra fu posta nel 1924, e la loro altezza fu fissata a 18,45 metri sullo zero di Ripetta.
I fattori che rendevano Roma vulnerabile
Caratteristiche geografiche e idrologiche
Il Tevere ha una portata media di circa 240 m³/s, decisamente modesta rispetto ai principali fiumi europei, che però può decuplicarsi in occasione delle maggiori piene. A Roma il fiume è ormai quasi giunto alla foce e la pendenza dell’alveo è modestissima. I punti più bassi della città (il Pantheon è uno di essi) si trovano a circa 12 metri sul livello del mare.
I ponti-diga e l’urbanizzazione
Due ponti in particolare hanno avuto un ruolo nefasto riguardo alle piene del Tevere a Roma: Ponte Milvio e Ponte Sant’Angelo. Quest’ultimo, venerando, è stato però sempre caratterizzato da una luce estremamente scarsa che, in occasione delle piene, lo ha trasformato in una vera e propria diga.
Il sistema fognario, pur rappresentando un’eccellenza dell’ingegneria romana, contribuiva paradossalmente al problema: la caratteristica delle cloache di sboccare direttamente nel fiume le ha rese anche uno dei principali veicoli sfruttati dal Tevere in piena per allagare capillarmente ogni zona del centro, anche senza un vero e proprio straripamento.
Le zone più colpite
Per le piene storiche si riuscì a collegare le altezze idrometriche dei livelli di piena con gli effetti che ne seguivano: a 13 metri l’acqua raggiungeva l’occhialone di Ponte Sisto e si avevano i primi allagamenti per il rigurgito delle fogne; a 14 metri iniziavano le tracimazioni; a 16 metri si avevano le vere e proprie inondazioni.
Le zone più basse della città (Velabro, Foro, Campo Marzio) venivano sottoposte periodicamente a una sorta di bonifica idraulica, rialzando il livello stradale.
La soluzione definitiva: i muraglioni
L’opera del secolo
La realizzazione dei muraglioni, durata quasi mezzo secolo e terminata solo nel 1926, ha cambiato il volto di Roma, liberandola dalla piaga delle inondazioni. La grande piena del 17 dicembre 1937, paragonabile a quella del 1870, provocò soltanto modesti allagamenti, che peraltro non si sono mai più ripetuti.
L’allargamento del letto del fiume e i dodici metri di altezza delle sponde costruite dal 1875 al 1926, infatti, impediscono al fiume di tornare a unirsi, come ha fatto per secoli, al terreno della città.
Il controllo moderno
Il controllo sulle piene del Tevere si è ulteriormente rafforzato con la costruzione di alcuni sbarramenti idroelettrici, tra i quali ricordiamo le dighe di Corbara (1962) e Alviano (1964) e le traverse di Castel Giubileo (1952), Nazzano (1956) e Gallese (1961).
Cronologia delle principali alluvioni
Secondo le ricostruzioni storiche più accreditate, ecco le principali inondazioni documentate:
Epoca repubblicana e imperiale:
414 a.C. – Prima inondazione storicamente documentata
194, 191, 69, 54 a.C. – Piene dell’epoca repubblicana
23, 14 a.C. – Inondazioni dell’epoca di Augusto
Medioevo ed età moderna:
6 novembre 1277 – Prima lapide commemorativa conservata
30 novembre 1422 (17,32 m)
8 gennaio 1476 (17,41 m)
5 dicembre 1495 (16,88 m)
8 ottobre 1530 (18,95 m) – 3.000 morti
24 dicembre 1598 (19,56 m) – Record assoluto
22 febbraio 1637 (17,55 m)
5 novembre 1660 (17,11 m)
Epoca moderna:
2 febbraio 1805 (16,42 m)
10 dicembre 1846 (16,25 m)
28 dicembre 1870 (17,22 m) – Ultima grande alluvione
17 dicembre 1937 (16,90 m) – Prima piena contenuta dai muraglioni
Le “manine” e la memoria popolare
Ancora oggi, passeggiando per Roma, è possibile imbattersi nelle lapidi commemorative con la celebre iscrizione “Huc Tiber ascendit” (il Tevere è salito fin qui), tipicamente ritratte con una mano con l’indice puntato a far vedere fino a che punto arrivò l’acqua.
Le testimonianze letterarie
Gli scrittori dell’epoca hanno lasciato testimonianze vivide di queste catastrofi. L’abate Filippo Maria Bonini, testimone oculare dell’alluvione del 1660, scrisse nell’opera “Il Tevere incatenato“: “Correndo dunque la notte, che s’incamminava ai cinque del mese, quasi in un momento si vide il fiume debbaccare per la città, non altrimenti, che se l’avesse fatta suo seno, anzi suo regno.”
La vittoria dell’ingegneria
Secondo Rodolfo Lanciani, dall’antichità al 1870 si sono verificate 132 inondazioni, un tributo di sangue e sofferenza pagato per oltre due millenni. La costruzione dei muraglioni ha rappresentato una delle più grandi opere di ingegneria idraulica dell’era moderna, ponendo definitivamente fine a un incubo che aveva tormentato Roma dalla sua fondazione.
L’ultima grande inondazione del Tevere a Roma è avvenuta nel 1937, nonostante la grande opera ingegneristica dei muraglioni fosse già terminata. Da allora, il “biondo Tevere” scorre docile tra gli argini che hanno domato per sempre la sua furia millenaria, chiudendo un capitolo drammatico ma affascinante della storia di Roma.
La città che deve la sua nascita mitica a un’inondazione ha infine trovato la pace con il suo fiume, dimostrando che anche le forze più indomabili della natura possono essere arginate dalla determinazione e dall’ingegno umano. (METEOGIORNALE.IT)
