
L’accumulo di aggregati proteici insolubili nel cervello è una caratteristica riconosciuta della malattia di Alzheimer e di altri disturbi neurodegenerativi. Analogamente, durante l’invecchiamento normale e privo di malattie, si verifica un accumulo di queste proteine insolubili. Fino ad oggi, i trattamenti per la malattia di Alzheimer non hanno affrontato l’insolubilità proteica come fenomeno generale, concentrandosi invece su una o due proteine insolubili specifiche. Tuttavia, i ricercatori dell’Istituto Buck hanno recentemente completato uno studio sistematico su vermi che illustra le connessioni tra proteine insolubili nelle malattie neurodegenerative e l’invecchiamento. Inoltre, il lavoro ha dimostrato un intervento che potrebbe invertire gli effetti tossici degli aggregati migliorando la salute mitocondriale.
Edward Anderton, PhD, ricercatore post-dottorato nel laboratorio di Gordon Lithgow e co-primo autore dello studio pubblicato il 16 maggio sulla rivista GeroScience, ha affermato: “Basandoci sulle nostre scoperte, prendere di mira le proteine insolubili potrebbe fornire una strategia per la prevenzione e il trattamento di una varietà di malattie legate all’età”.
Manish Chamoli, PhD, scienziato ricercatore nei laboratori di Gordon Lithgow e Julie Andersen, e anch’esso co-primo autore dello studio, ha aggiunto: “Il nostro studio dimostra come il mantenimento di mitocondri sani possa combattere l’aggregazione proteica legata sia all’invecchiamento che all’Alzheimer. Potenziando la salute mitocondriale, possiamo potenzialmente rallentare o invertire questi effetti dannosi, offrendo nuovi modi per trattare sia l’invecchiamento che le malattie correlate all’età”.
I risultati supportano l’ipotesi della geroscienza, che suggerisce un percorso comune tra la malattia di Alzheimer e l’invecchiamento stesso. Gordon Lithgow, PhD, professore e Vicepresidente degli Affari Accademici all’Istituto Buck e autore senior dello studio, ha sottolineato: “L’invecchiamento è il motore della malattia, ma i fattori che predispongono alla malattia si verificano in realtà molto presto”.
Oltre alle proteine amiloide e tau, lo studio ha rivelato che migliaia di altre proteine fanno parte di questi aggregati insolubili, il cui ruolo nella malattia di Alzheimer era sconosciuto. Queste proteine, denominate “core insoluble proteome”, sono state trovate particolarmente vulnerabili a diventare insolubili, sia aggiungendo beta-amiloide sia durante il normale processo di invecchiamento. Questo proteoma core è ricco di proteine già collegate a diverse malattie neurodegenerative oltre all’Alzheimer, come il morbo di Parkinson, il morbo di Huntington e la malattia da prioni.
Il team ha dimostrato che l’uso di Urolitina A, un metabolita naturale prodotto dall’intestino quando consumiamo lamponi, noci e melograni, noto per migliorare la funzione mitocondriale, ha ritardato significativamente gli effetti tossici del beta-amiloide. Questo rinforza l’importanza dei mitocondri e suggerisce che il miglioramento della loro salute potrebbe essere una chiave per interrompere il ciclo di declino associato all’accumulo di proteine insolubili e all’invecchiamento.