Che cosa è davvero l’ECMWF
ECMWF è la sigla di European Centre for Medium-Range Weather Forecasts, in italiano Centro Europeo per le Previsioni Meteorologiche a Medio e Lungo Termine. Nato nel 1975, è un’organizzazione intergovernativa indipendente, non è un’azienda e nemmeno un’agenzia nazionale: piuttosto un consorzio di Stati che mettono in comune soldi, dati e cervelli per un obiettivo: prevedere il tempo meglio di chiunque altro. E, diciamolo, ci riesce parecchio bene. L’antagonisa per eccellenza è il sistema assai complesso, di calcolo americano che nei primi anni di internet era assai più diffuso di quello europeo, che solo recentemente ha iniziato ad aprire al pubblico, gratuitamente, numerose informazioni.
Chi paga? E soprattutto chi siede al tavolo? Oggi l’ECMWF è sostenuto da 35 tra Stati membri e Stati cooperanti, in larga parte europei. I membri veri e propri, quelli rappresentati nel Consiglio che governa il Centro, sono 23: Austria, Belgio, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Serbia, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia e Regno Unito. A questi si aggiungono 12 Stati cooperanti, che hanno firmato un accordo di collaborazione senza essere membri a pieno titolo: Bulgaria, Repubblica Ceca, Georgia, Ungheria, Israele, Lettonia, Lituania, Montenegro, Marocco, Macedonia del Nord, Romania e Slovacchia.
Ogni Paese versa una quota proporzionale al proprio reddito nazionale lordo, e in cambio riceve in tempo reale i dati delle previsioni numeriche (una quantità impressionante di numeri), su cui poi i servizi meteo nazionali costruiscono i bollettini. I membri hanno accesso pieno ai supercomputer e all’archivio permanente; i cooperanti, una porzione più contenuta. Nel 2024 le contribuzioni dei 35 Stati hanno superato i 62 milioni di sterline, ma il Centro incassa anche da progetti di ricerca europei e dalla vendita di dati. Più di 550 persone, provenienti da una trentina di nazionalità diverse, ci lavorano ogni giorno. Il Centro Meteo non è un ufficietto, insomma, ma una macchina scientifica che ruota 24 ore su 24, sette giorni su sette, perché il tempo non va in ferie e nemmeno l’ECMWF.
Reading, Bologna, Bonn, e non Roma
Il quartier generale e il cuore della ricerca dell’ECMWF si trovano a Reading, poco a ovest di Londra: è da lì che il modello prende il soprannome con cui i meteorologi lo chiamano da sempre, modello di Reading o, più semplicemente, Centro Meteo Europeo. Mai modello di Bologna. Mai modello di Roma. Il nome segue la testa pensante, non la sala macchine.
Per anni i supercomputer hanno girato proprio a Reading, finché il Centro non si è scontrato con un muro fisico: la vecchia struttura non riusciva più ad alimentare, raffreddare e ospitare la generazione successiva di calcolatori, dieci volte più affamata di energia. Da qui la decisione, presa nel 2017 dopo una gara internazionale con sette proposte in lizza, di affidare il nuovo data center all’Italia.
Vinse il progetto del Governo italiano insieme alla Regione Emilia-Romagna, che mise sul piatto terreno, edifici e un finanziamento da circa quaranta milioni di euro. Così il supercalcolo ha traslocato a Bologna, nel Tecnopolo ricavato dall’ex Manifattura Tabacchi disegnata da Pier Luigi Nervi, diventando operativo a metà del 2022. C’è pure un terzo presidio, a Bonn, in Germania, dedicato soprattutto ai servizi Copernicus.
Quindi da dove spunta Roma? Da un’altra storia, che con l’ECMWF c’entra solo per vicinato. L’agenzia che la Legge di Bilancio 2026 punta a spostare nella capitale è ItaliaMeteo, il servizio meteorologico nazionale, che oggi ha sede anch’esso al DAMA del Tecnopolo bolognese. Due inquilini diversi nello stesso edificio, va da sé. L’ECMWF resta a Bologna, ItaliaMeteo è stato, nonostante le polemiche, trasferito a Roma. Polemiche anche perché molti meteorologi hanno dovuto rinunciare al trasferimento nella Capitale, dopo una lunga formazione scientifica, per varie ragioni. Ma si sa che certe decisioni sono politiche, e questa non concede niente o quasi al cittadino.
I prodotti del modello e i muscoli che li muovono
Il motore di tutto è l’IFS, Integrated Forecasting System, un sistema che simula insieme atmosfera, oceani, onde, ghiacci e suolo. Da questo nucleo nascono i prodotti che i meteorologi spremono ogni giorno. C’è la corsa ad alta risoluzione, l’HRES, che gira a circa 9 chilometri di griglia su 137 livelli verticali. C’è l’ensemble, l’ENS, cinquantuno simulazioni leggermente diverse fatte partire in parallelo per misurare quanto ci si può fidare di una previsione, la cosiddetta probabilità, il pane quotidiano di chi lavora sul rischio. E poi le proiezioni estese fino a 46 giorni, quelle stagionali, il modello d’onda ECWAM, l’oceano NEMO. Dal febbraio 2025, infine, è entrato in scena anche l’AIFS, la versione di previsione basata sull’intelligenza artificiale, affiancata in estate dalla sua variante d’ensemble.
Tutta roba che ha bisogno di muscoli enormi: il supercomputer Atos BullSequana XH2000 ospitato a Bologna mette insieme quattro cluster autosufficienti e oltre un milione di processori, per una potenza intorno ai 30 petaflops, vale a dire una trentina di milioni di miliardi di calcoli al secondo. Per dare un’idea: è all’incirca cinque volte più rapido del precedente impianto Cray XC40 che lavorava a Reading.
Lo affiancano più di 91 petabyte di archiviazione ad alte prestazioni e un raffreddamento a liquido che tiene sotto controllo i consumi. I dati finiscono nell’archivio MARS, uno dei più grandi al mondo: a fine 2025 conteneva circa 731 petabyte, con qualcosa come 400 terabyte aggiunti ogni singolo giorno e oltre 670 miliardi di campi meteorologici conservati. Numeri che, onestamente, fanno girare la testa e penso che buona parte di noi non abbiamo minimamente idea della loro immensità.
Quanto allo spazio fisico, il data center bolognese si estende per circa 21.500 metri quadrati tra edifici storici recuperati e nuove costruzioni: due sale dati da 1.000 metri quadrati l’una e due aree di storage da 500, incastonate nelle vecchie “Botti” della manifattura. Non a caso è stato il primo centro di calcolo al mondo a ottenere la certificazione ambientale LEED Platinum. Una webfarm verde, ubicata in una ex fabbrica del tabacco di settant’anni fa. Chi l’avrebbe detto.
Credit
- European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (ECMWF)
- TOP500 Supercomputer Sites
- HPCwire
- DataCenterDynamics