Il protagonista resta un Vortice Polare Stratosferico ancora compatto, intenso e ben organizzato, in rotazione attorno al Polo e sostenuto soprattutto da una dinamica dominata dalla Wave 1.
In parole semplici: il vortice non è collassato, non è stato spezzato, e soprattutto non sta offrendo – per ora – quella spinta decisiva capace di riorganizzare la circolazione troposferica in modo favorevole a una vera irruzione fredda verso l’Italia.
Getto teso e circolazione oceanica: il Mediterraneo resta nel canale delle perturbazioni
Guardando alle quote troposferiche, in particolare ai classici campi a 500 hPa, si osservano sì ondulazioni del getto, ma dentro un contesto dominato da un flusso occidentale ancora troppo teso. È questo l’elemento chiave: una corrente a getto “tirata” da ovest verso est mantiene alto il regime zonale e impedisce alle masse d’aria polari di scendere in modo deciso verso sud.
Quando il getto resta forte, le saccature tendono a muoversi rapidamente e a “correre” lungo l’Atlantico e l’Europa occidentale, senza costruire quelle figure di blocco (Azzorre verso Groenlandia o Scandinavia) necessarie a scavare un corridoio artico verso il Mediterraneo.
In questo scenario, l’Italia finisce spesso nel bersaglio di un corridoio depressionario attivo, una sorta di autostrada perturbata che collega il Nord Atlantico al bacino centrale del Mediterraneo. Il risultato pratico è chiaro: piogge frequenti, fasi ventose e temperature mediamente miti, con neve relegata soprattutto alla montagna.
Perché il freddo serio non riesce a sfondare
Il freddo più intenso, quello artico-continentale o russo-siberiano, resta confinato tra Scandinavia e Russia, dove il serbatoio gelido continua a essere presente e spesso molto forte. Ma la sua traiettoria resta bloccata: manca un aggancio dinamico capace di farlo retrocedere verso l’Europa centro-occidentale e, soprattutto, verso l’Italia.
Un altro elemento sfavorevole è la difficoltà del promontorio delle Azzorre a trovare spazio verso nord. Ogni tentativo di elevazione viene rapidamente “piallato” dalla forza del jet: senza questa spinta anticiclonica, non si costruisce il ponte necessario per un affondo freddo significativo.
Lo spiraglio: un vortice più ellittico dopo metà mese
Detto questo, febbraio non è affatto “chiuso”. I segnali modellistici attorno al 17 febbraio suggeriscono un possibile aumento dell’ellitticità del VPS: un dettaglio tecnico che, in meteorologia dinamica, spesso indica un vortice più disturbato e meno simmetrico.
Se questo disturbo riuscisse a propagarsi verso il basso, la conseguenza più probabile sarebbe un abbassamento del fronte polare sull’Europa, con l’ingresso di aria più fredda di tipo artico-marittimo. Non sarebbe il gelo continentale “da manuale”, ma potrebbe comunque cambiare il volto del tempo: più instabilità, geopotenziali in calo e un contesto più favorevole a fasi invernali.
In sintesi: scenario mite-umido, ma attenzione al cambio di marcia
Per ora lo scenario dominante resta quello di un Atlantico attivo e di un’Italia esposta a perturbazioni in sequenza, con temperature spesso sopra media e rischio di nuovi episodi di maltempo. Ma la seconda metà del mese merita monitoraggio: i segnali stratosferici, se confermati e ben accoppiati alla troposfera, possono ancora aprire la porta a un febbraio più dinamico e, localmente, anche più freddo.
Credit: questo articolo è stato realizzato analizzando i dati dei modelli matematici ECMWF e Global Forecast System del NOAA, ICON, AROME, UKMO per le previsioni meteorologiche.
