
In alcune circostanze, la carestia di risorse essenziali può spingere gli animali a estremi comportamenti. Ad esempio, i criceti europei, alimentati prevalentemente con mais in vasti monoculture, hanno mostrato un alto tasso di infanticidio materno e cannibalismo. Questo fenomeno è stato collegato alla mancanza di vitamina B3 (niacina), la cui carenza provoca danni al sistema nervoso e alterazioni comportamentali simili alla pellagra negli umani. Tuttavia, integrando la dieta con niacina, questi animali hanno cessato di nutrirsi della loro prole.
Dal punto di vista della riproduzione, alcuni comportamenti possono sembrare altrettanto sorprendenti. È il caso dei blennidi maschi, pesci che, per poter tornare a corteggiare e quindi riprodursi, possono arrivare a mangiare o espellere le uova della loro covata. Questo comportamento è stato osservato quando i livelli di androgeni, ormoni legati alla riproduzione, diminuiscono a causa della presenza delle uova, impedendo ai maschi di corteggiare nuovamente. Mangiando le uova, i livelli di androgeni aumentano nuovamente, permettendo al maschio di cercare di formare una covata più numerosa.
In situazioni di bassa probabilità di sopravvivenza della prole, il cannibalismo può anche essere una strategia di conservazione delle risorse. Un esempio è stato documentato allo Smithsonian’s National Zoo, dove una madre orso labiato ha consumato due dei suoi cuccioli, uno dei quali era nato morto e l’altro presentava un’infezione. In condizioni selvatiche, dove le risorse sono limitate, consumare la prole che probabilmente non sopravviverebbe può rappresentare un modo per non sprecare risorse preziose.
Questi comportamenti, sebbene possano sembrare incomprensibili o crudeli, sono spesso strategie di sopravvivenza che rispondono a pressioni ambientali o biologiche specifiche, dimostrando come la natura possa adottare soluzioni estreme in condizioni di stress o carenza.