L’analisi ha utilizzato osservazioni satellitari e confronti di modelli meteorologici dal 1979 al 2023 per determinare che la variabilità naturale non poteva spiegare da sola l’intensità delle temperature registrate. Questo studio ha anche evidenziato un cambiamento nel timing delle ondate di calore severe in Arabia Saudita, con giugno che ora mostra temperature più estreme rispetto al passato.
Queste condizioni climatiche estreme sono state identificate come un fattore cruciale nelle morti di oltre 1.300 pellegrini durante l’Hajj di quest’anno. Nonostante le autorità mediche tendano a attribuire le cause dei decessi a malattie correlate al calore piuttosto che al calore stesso, gli esperti ritengono che le alte temperature abbiano avuto un ruolo significativo.
Il legame diretto tra l’uso dei combustibili fossili e le ondate di calore mortali è stato sottolineato da Davide Faranda, uno degli scienziati coinvolti nello studio. Le ricerche precedenti hanno dimostrato che, in media, le ondate di calore globali sono ora 1,2°C più calde rispetto al periodo preindustriale.
La situazione ha suscitato appelli all’azione, specialmente in Arabia Saudita, uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio. Critiche particolari sono state rivolte alla compagnia petrolifera statale Saudi Aramco, identificata come il maggiore emettitore aziendale di gas serra al mondo, responsabile di oltre il 4% delle emissioni storiche di carbonio.
Con il cambiamento climatico che continua ad intensificare gli eventi meteorologici estremi, la sicurezza e la sostenibilità di grandi raduni religiosi come l’Hajj sono sempre più a rischio. Ciò richiede strategie urgenti di adattamento e mitigazione per proteggere i futuri pellegrini dalle crescenti minacce legate al clima.