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      Home » Prima i serpenti, ora i colibrì: rivelate due specie giganti nel mondo
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      Prima i serpenti, ora i colibrì: rivelate due specie giganti nel mondo

      Luca D'Angelo
      Luca D'Angelo
      Pubblicato: 16/05/2024
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      4 Min Lettura
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      Nel cuore delle Ande, un recente studio ha portato alla luce una scoperta sorprendente riguardante il colibrì gigante, precedentemente ritenuto un’unica specie. Gli scienziati hanno ora identificato due specie distinte, nonostante le minime differenze fisiche tra loro. Questa rivelazione non solo arricchisce la nostra comprensione della biodiversità sudamericana, ma sottolinea anche le sfide e le complessità della tassonomia in questo continente.

       

      Il colibrì gigante, noto per le sue dimensioni eccezionali rispetto agli altri colibrì, pesa tra i 17 e i 31 grammi e ha sempre suscitato interesse per le sue caratteristiche uniche. Tuttavia, fino a poco tempo fa, la comunità scientifica non aveva compreso appieno la diversità all’interno di questa specie. Il dottor Jessie Williamson dell’Università di Cornell, autore principale dello studio, ha evidenziato come le due popolazioni di colibrì giganti mostrino comportamenti migratori radicalmente diversi. Mentre una popolazione rimane nelle alte Ande tutto l’anno, l’altra migra verso sud dopo la stagione riproduttiva, spostandosi dalla costa fino a raggiungere altitudini di 4.100 metri durante l’inverno.

       

      Questo fenomeno migratorio, sebbene meno esteso rispetto a quello di specie che viaggiano tra l’Artico e l’Antartico, è notevole per il drastico cambiamento di altitudine che comporta. Il dottor Chris Witt dell’Università del New Mexico ha paragonato le differenze tra le due specie di colibrì gigante a quelle tra scimpanzé e bonobo, sottolineando come queste differenze siano state trascurate per milioni di anni.

       

      La scoperta è stata possibile grazie all’uso di tracciatori satellitari che hanno seguito gli spostamenti di otto colibrì per migliaia di chilometri fino al Perù. Questo viaggio di andata e ritorno di 8.300 chilometri potrebbe rappresentare la migrazione più lunga mai registrata per un colibrì. Le sfide logistiche e tecniche di questa ricerca sono state notevoli, data la difficoltà di catturare e tracciare questi uccelli estremamente cauti e territoriali. Emil Bautista del Centro de Ornitología y Biodiversidad del Perù ha rivelato che sono state necessarie in media 146 ore di lavoro con le reti per catturare un singolo esemplare.

       

      Una volta catturati, ai colibrì sono stati attaccati dei “mini zaini” geolocalizzatori, progettati per non interferire con la loro capacità di volo o con il loro unico modo di librarsi mentre si nutrono di nettare. La progettazione di questi dispositivi ha richiesto numerosi tentativi ed errori, a causa delle dimensioni ridotte e della struttura corporea particolare dei colibrì, descritti da Williamson come “piccoli acrobati della natura”.

       

      Le implicazioni di questa ricerca vanno oltre la mera catalogazione di nuove specie. Esplorando la regione dove gli habitat delle due specie si sovrappongono, gli scienziati sperano di scoprire di più sulle loro interazioni e su come si adattano rapidamente ai cambiamenti di altitudine. Questi uccelli, veri e propri “alpinisti in miniatura”, mostrano adattamenti fisiologici significativi, come l’aumento dei livelli di emoglobina, necessari per sopravvivere in condizioni di scarsa ossigenazione.

       

      Il nome scientifico della specie migratoria, Patagona gigas, è stato mantenuto, mentre per gli individui stanziali è stato scelto Patagona chaski, dal termine quechua che significa messaggero. Questi nomi riflettono non solo le caratteristiche biologiche, ma anche il profondo legame culturale con il territorio andino.

       

      Questo studio, pubblicato nelle Proceedings of the National Academy of Sciences, non solo getta luce su una delle molte meraviglie nascoste della biodiversità sudamericana, ma sottolinea anche l’importanza di continuare a esplorare e comprendere meglio gli ecosistemi complessi e spesso sottovalutati del continente.

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