
Nel corso degli anni ’90, il satellite Magellan della NASA ha raccolto dati preziosi sulla superficie di Venere. Analizzando le immagini radar raccolte in due diverse missioni di mappatura, nel 1990 e nel 1992, gli scienziati hanno individuato variazioni che suggeriscono la recente formazione di flussi di lava. Queste osservazioni sono state particolarmente evidenti sul fianco occidentale del vulcano Sif Mons e nella regione occidentale di Niobe Planitia. Le aree interessate mostrano cambiamenti significativi nel paesaggio, con regioni più chiare che sembrano coprire flussi più scuri osservati in precedenza.
Il team di ricerca, guidato dal Dr. Davide Sulcanese dell’Università d’Annunzio, ha esaminato attentamente le immagini del Magellan per identificare questi cambiamenti. Nonostante le difficoltà dovute alle diverse angolazioni di osservazione nelle due missioni, che possono alterare l’aspetto delle superfici mappate, gli scienziati sono riusciti a distinguere tra variazioni autentiche e quelle che potrebbero essere state causate da altri fattori, come effetti atmosferici o frane.
Le analisi hanno portato alla conclusione che le modifiche osservate sono più ragionevolmente spiegabili con l’ipotesi di nuovi flussi di lava, risultato di attività vulcaniche avvenute durante la missione di mappatura del Magellan. Questi risultati suggeriscono che Venere potrebbe essere molto più attivo dal punto di vista vulcanico di quanto si pensasse in precedenza. Infatti, le stime basate su questi siti indicano tassi di emissione di lava paragonabili a quelli medi annui della Terra negli ultimi 180 milioni di anni.
La scoperta che Venere possa essere ancora geologicamente attivo, nonostante l’assenza di tettonica a placche, solleva nuove e intriganti questioni. Questo fenomeno suggerisce che i meccanismi di rilascio del calore interno del pianeta potrebbero essere molto diversi da quelli della Terra, offrendo un nuovo campo di studio per i geologi.
L’importanza di questi risultati non è solo scientifica ma anche esplorativa. La missione VERITAS, guidata dalla Dr. Suzanne Smrekar del Jet Propulsion Laboratory, prevede di concentrarsi su questi siti una volta raggiunto Venere, offrendo così la possibilità di studiare da vicino questi fenomeni.
Queste scoperte, pubblicate in accesso aperto sulla rivista Nature Astronomy, aprono nuove prospettive per la comprensione della dinamica interna di Venere e potrebbero avere implicazioni significative per le future missioni di esplorazione del pianeta. La conferma dell’attività vulcanica in corso su Venere non solo arricchirebbe la nostra conoscenza del pianeta stesso, ma potrebbe anche fornire spunti cruciali per comprendere meglio i processi geologici che operano in condizioni estreme, ampliando così il nostro orizzonte scientifico nel sistema solare.