
(METEOGIORNALE.IT) In epoche di città sommerse di rifiuti (soprattutto nei Paesi in via di Sviluppo) e mega immondezzai fuori da esse, c’è un’idea, più volte riproposta: usare i vulcani come grossi inceneritori.
Ma è qualcosa di fattibile? E perché finora non si sono mai messe in pratica grandi strategie a riguardo? Vediamolo insieme.
L’idea non è bizzarra e pure intuibile
Il fatto di per sé non è fuori luogo. Ci sta, in fondo sarebbe un’ottima soluzione per liberare le zone adibite a discarica e tutto ciò che ne consegue per gli abitanti e il sottosuolo. Eppure non è realizzabile in termini pratici. Per bruciare l’immondizia in un vulcano bisognerebbe portarla fino a uno dei serbatoi di magma, dove la temperatura supera i 1.000 gradi (quello che serve per incenerire qualunque materiale di scarto).
Ma nei serbatoi in superficie (vale a dire a una profondità di un paio di chilometri) varia frequentemente la quantità di magma, perché si sposta in relazione alle eruzioni, alla formazione di nuove fratture sui fianchi degli edifici vulcanici e ad altri elementi geologici. Ed è frequente che questi serbatoi si svuotino completamente.
Quindi, così facendo, rimarrebbe la monnezza comunque in superficie, con il concreto rischio che gli operatori finiscano nella caldera.
In profondità non ne parliamo neppure…
Se si vuole essere certi di avere un inceneritore attivo per lungo tempo, è necessario che i rifiuti raggiungano uno dei serbatoi principali, che generalmente si trovano ad almeno una decina di chilometri sotto la superficie.
Con le attuali tecnologie di perforazione si può arrivare a tali valori (il record è 12 km: un lavoro che ha richiesto ben 10 anni), ma con grande fatica, enormi costi e buchi… non più grandi di una decina di centimetri di diametro!
È dunque del tutto impossibile ipotizzare la costruzione di un deposito di raccolta sufficientemente grande da smaltire i rifiuti di una città con tali modalità. Il problema è produrne di meno e riciclare di più. (METEOGIORNALE.IT)
