(METEOGIORNALE.IT) Dopo ogni evento naturale di portata al di fuori del normale si parla di calamità. Ma è proprio pertinente questa definizione, oppure essa occulta una, più o meno diretta, responsabilità? Dopo ogni disastro si cercano, spesso tra vivaci polemiche, le responsabilità e s’indaga sulla prevedibilità o no del fenomeno. In genere si va ostinatamente a cercare un alibi contro la propria negligenza e si ripete, più a sé stessi che agli altri, che quanto è avvenuto non si verificava a memoria d’uomo da xxx anni. Memoria invero molto labile, poiché spesso basta scorrere le cronache passate per scoprire il ripetersi, talora assai monotono, di eventi più o meno simili.

Ma imputare alla natura la responsabilità dei nostri mali, ci assolve, come danneggiati, e, quando prestiamo il nostro aiuto, ci fa sentire dei salvatori (forse lo siamo di meno se apparteniamo a quella vasta categoria di contribuenti, non coinvolti dall’evento, che però ne debbono sanare economicamente i guasti). E tutto ciò avviene, in genere con una grande logorrea, in seminari, simposi, tavole rotonde, ecc. Difficilmente in questo fiume di parole, se ne sente una che proponga di fissare un limite, dire cioè fin dove la nostra opera possa spingersi senza ferire la natura. Non è eccezionale, infatti, visitando i luoghi colpiti da una catastrofe, notare come l’uomo abbia fatto il possibile per mettersi nelle condizioni di venire danneggiato dalla naturale tendenza evolutiva di un’inarrestabile, e talora banale, fenomeno.
Le forze della natura ci appaiono talvolta imprevedibili; ma quante sciagure sono, invece, il frutto dell’imprevidenza, del pressappochismo, oppure sono dovute alla mano dell’uomo, troppo pesante nel far scempio della natura e in genere assente per correggerne gli eccessi?

L’evento naturale, quindi, rappresenta davvero una calamità? Nello scorrere la storia geologica dell’Italia, ben sappiamo come il nostro Paese sia stato, in continuità, soggetto a forze che ne hanno agitato la superficie. Non si tratta solamente di un movimento di zolle crostali o di sollevamento di catene montuose, ma di fenomeni meno vistosi; tuttavia, importanti per le modifiche che hanno apportato alle terre emerse. Queste forze sono tuttora presenti in quanto il nostro è un Pianeta vivo ed è perciò che si verificano non soltanto terremoti ed eruzioni vulcaniche, ma anche modifiche meno spettacolari della sua morfologia.
Il concetto di calamità naturale diventa pertanto molto relativo, poiché viene a riferirsi a un evento che rappresenta lo sviluppo naturale della dinamica terrestre. Questo termine assume consistenza soltanto quando viene rapportato ai danni subiti dall’uomo. Appare quindi chiaro che se quest’ultimo non interferisce nell’evoluzione della natura vien meno ogni discorso di calamità.
Nasce allora spontanea una seconda domanda. Quanto è ragionevole ritenere imprevedibile quell’evento che può trasformarsi in catastrofe? Vi sono in natura fenomeni con i quali noi conviviamo giornalmente senza subire particolari danni, come, alle nostre latitudini, il forte calore solare estivo oppure la noiosa e incessante pioggia autunnale. L’evento dev’essere pertanto sia eccezionale, sia dannoso all’uomo o alle sue opere. È evidente che, in ogni caso, il termine calamità diventa molto soggettivo, in quanto la sola espressione di evento naturale, anche se eccezionale, può non rappresentare una calamità.
Ogni evento naturale non è di per sé negativo, rappresentando il frutto di fattori che agiscono secondo leggi fisiche, chimiche e biologiche ben definite le quali sono alla base d’ogni tendenza evolutiva della natura. Senza la presenza dell’uomo, quindi, un evento può non essere calamitoso, poiché agisce in funzione di certi equilibri naturali.
Un fiume in piena, ad esempio, rappresenta il naturale deflusso d’abbondanti acque precipitate nel bacino; queste acque seguono un loro decorso naturale che può diventare dannoso soltanto se, lungo il medesimo, esso danneggia le opere dell’uomo. È pertanto quest’ultimo che in tal caso viene a turbare un equilibrio. In sostanza ciò che è calamità naturale per l’uomo, può rappresentare, invece, un evento positivo per altre componenti del mondo naturale.
Varie volte è stato sottolineato che l’uomo deve convincersi d’essere soltanto una componente della natura, magari privilegiata, ma niente di più che una componente e non qualcosa posto al di sopra della natura stessa. Vista con quest’ottica, la calamità naturale viene ridimensionata come ogni fatto catastrofico, ragionevolmente imprevedibile, conseguente a eventi determinanti e a fattori predisponenti, tutti di ordine naturale e a loro volta ragionevolmente imprevedibili.
Questa imprevedibilità va, però, valutata non soltanto in funzione dell’evento stesso, ma delle sue dimensioni e del momento in cui esso avviene e che può mutare di molto le conseguenze.
Non si tratta, quindi, d’una imprevedibilità assoluta, altrimenti nessun evento sarebbe tale. Che cosa fa l’uomo quando costruisce una casa al piede di un pendio instabile? Se a un certo punto il pendio frana e la sua casa viene seppellita, perché deve parlare di calamità naturale e non di imprevidenza? È come se volesse costruire la sua dimora a cavaliere di una linea ferroviaria, percorsa soltanto occasionalmente dal treno. Di chi sarà la causa se, a un certo momento, la casa sarà investita?
In genere, però, il termine calamità naturale è usato come scappatoia alle proprie responsabilità; e con ciò non si vuole avere della natura una concezione statica, come molti potrebbero pensare, ma soltanto esprimere il desiderio che ci si possa inserire in essa con consapevolezza. E che ruolo ha, in pratica, il geologo quando avviene un disastro? In genere è come un medico chiamato in extremis al capezzale di un morente, oppure come un perito settore interpellato a decesso avvenuto per accertarne le cause, o ancora come un giudice chiamato ad attribuirne le responsabilità.
Appare evidente che questi tre ruoli non si confanno, anche se spesso, purtroppo, la realtà porta a una simile conclusione. Lo sfruttamento della natura è nato con l’uomo ed esso va assumendo proporzioni sempre più vaste, esercitando sull’ambiente un’influenza tale che a volte può essere paragonata a quella di altri processi geologici. È necessario, pertanto, ricercare le vie e i mezzi più idonei per interferire nei fenomeni geologici naturali e alterarli, non per ricavare lutti e danni, ma soltanto benefici.
Il geologo, pertanto, non serve per accertare un decesso, illustrandone le cause e ricercandone le colpe, ma per potenziare lo stato di salute del territorio ed evitare, o prevedere, le malattie che spesso, nel non facile rapporto uomo-natura, si potrebbero diagnosticare in tempo e affrontare quindi in modo veramente responsabile.
Secondo un esperto americano (Kates), gli uomini reagiscono in tre modi alle calamità naturali. La prima risposta è la più antica e viene perciò definita tradizionale; l’uomo tende ad armonizzarsi con la natura, evitandone il controllo. I disastri che lo possono colpire sono frequenti, senza però causare danni particolarmente elevati, mentre il rapporto vittime-danni è piuttosto elevato. La seconda risposta è definita di tipo industriale, ed è caratteristica delle società industriali come la nostra. L’uomo tende a imporsi alla natura con interventi spesso ingenti e onerosi. I dissesti appaiono meno frequenti e con poche vittime; ogni evento catastrofico causa però, in media, danni elevati. La terza risposta è definita di tipo post-industriale, o integrata, e contempla un comportamento intermedio rispetto ai precedenti con adattamenti specifici e più variabili. I disastri potrebbero avvenire con maggiore frequenza, ma il numero delle vittime dovrebbe ulteriormente ridursi e con esso i danni materiali. (METEOGIORNALE.IT)
