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35 anni dopo la "Grande Alluvione" dimenticata: Genova 1970

Il racconto di Giovanni Staiano (parte I)

Io avevo 11 anni nel 1970 e abitavo a Genova, nel quartiere del Lagaccio, non lontano dalla Stazione Principe. L'estate di quell'anno era trascorsa asciutta e anche il settembre, spesso teatro, soprattutto dopo la seconda metà, di intensi temporali sul Golfo Ligure, innescati dalla discesa di aria fresca sulle calde acque mediterranee, quell'anno aveva visto cadere pochissima pioggia.

Il previsto arrivo di una perturbazione per il giorno 7 ottobre era quindi da me, ma un po' da tutta la città, salutato in modo ampiamente positivo, a porre fine a qualche problema di approvvigionamento idrico che cominciava a verificarsi. Come spesso accade in questi casi a precedere il fronte venne lo scirocco e questo, anche se ancora non lo sapevo, era il segnale che più a est c'era alta pressione, quella che avrebbe bloccato il moto verso est del sistema perturbato, provocando tutto quello che stiamo per descrivere.

La sera del 7 ottobre cominciò a piovere all'ora di cena al Lagaccio. E piovve subito forte, ricordo come ci affacciammo io e i miei genitori alla finestra, a sentire quell'odore particolare che la prima pioggia fa sprigionare quando, in estate e inizio autunno, il terreno è caldo. Quello che onestamente non ricordo è se c'era temporale o meno, fatto sta che andai a dormire sotto l'acqua che continuava a cadere copiosa. Ma già prima che io andassi a dormire il primo dramma di quella grande alluvione si era già consumato, quello di Voltri invasa dal Leira.

Voltri, 7 ottobre 1970, ore 19.30: un uomo dice alla moglie "Scendo a spostare la macchina", nessuno lo rivedrà mai più. Nello stesso momento un altro uomo è alla finestra, vede una 600 blu con due persone dentro, due fidanzati, nel momento che la marea del Leira travolge l'auto e la trasporta verso il mare. In soli 12 chilometri il Leira scende da 700 metri al mare, fa un vero tuffo nel Mar Ligure. Quanti affluenti ha? Nessuno sulle carta, ma infiniti quando piove a dirotto e l'acqua cola dalle montagne nella valle, come accadde quella sera. Ma la causa del dramma pare sia stata un camion carico di tronchi negligentemente lasciato nel letto, asciutto, del torrente. L'onda di piena ha travolto il camion, ha portato i tronchi contro il ponte della ferrovia, dove si è formata una diga che ha sbarrato le acque portandole a una rapidissima e violenta tracimazione. Solo a disastro già avvenuto la pressione sul ponte lo ha fatto crollare. In pochi minuti le vie della frazione diventarono torrenti di acqua limacciosa che invase case, negozi, uffici, portando al mare, così vicino, suppellettili, automobili e purtroppo anche cadaveri.

immagine 1 del capitolo 4 del reportage 35 anni dopo la grande alluvione dimenticata genova 1970 I primi temporali iniziarono sull'estremo ponente cittadino già il 7 ottobre. Nella mappa di reanalisi la situazione a 500 hPa nel pomeriggio di quel giorno.

Il cielo plumbeo e la pioggia battente ci dettero il buongiorno anche l'8 ottobre. Erano altri tempi quelli e non dovete pensare ai miei genitori come degli incoscienti se mi mandarono normalmente a scuola quella mattina (e ovviamente a piedi e da solo! ma era così per la stragrande maggioranza). Che viaggio! La Via del Lagaccio la percorsi in discesa, sotto la pioggia che cadeva, ma era a terra che la situazione era impressionante, con la strada trasformata in torrente, il quale precipitava poi con una cascata assordante nelle griglie che si trovavano nel punto più basso della strada, prima che questa risalga per scavalcare la ferrovia, dove parte la cremagliera per Granarolo.

D'altronde anche mio padre, che doveva recarsi per lavoro ad Alessandria, andò regolarmente a prendersi il suo treno e quindi, pur nel diluvio, la mattina per la mia famiglia partì come tutte le altre, come quella di molte altre famiglie, tanto che ricordo che a scuola c'eravamo quasi tutti e le lezioni arrivarono regolarmente al termine.

Un'altra bagnata per tornare a casa e ... sorpresa, mio papà a casa. Doveva tornare a metà pomeriggio e quindi subito gli domandai "Che ci fai già a casa?". Dal suo racconto iniziò a prendere forma l'enormità di quello che stava accadendo, anche perché nel frattempo dalla radio mia mamma aveva saputo del disastro del Leira. Ecco così che mio padre mi raccontò del Polcevera gonfio e minaccioso arrivare con le sue acque a lambire il terrapieno della ferrovia, in alcuni tratti unico punto asciutto, con le strade infatti allagate (la foto di copertina de "Il Giorno" del 10 ottobre ritrae proprio a tutta pagina il Polcevera, anche se nella didascalia è indicato come Bisagno, probabilmente qualche ora dopo con i binari ormai coperti dall'acqua), in un contesto tale da convincerlo a non proseguire e a prendere un treno per rientrare.

Si pranzò, il diluvio continuava, anzi la pioggia aumentava ancora d'intensità. Dove abitavamo noi, sul lato opposto della Via Lagaccio c'era un muraglione alto una decina di metri, con vari fori da cui quando pioveva usciva l'acqua che scendeva da una zona a verde, ma selvatica, sovrastante, a sua volta sovrastata dagli alti palazzoni cui si poteva accedere sia dal basso dal Lagaccio, sia dall'alto dalla Via Bari, ultmo tratto della Circonvallazione a Monte prima di San Francesco di Paola. Era normale vedere l'acqua uscire da questi fori, ma mai avevo visto né rivedrò uscirne, come quel pomeriggio, delle autentiche cascate che si proiettavano verso il centro della strada.

Il nostro alloggio era all'interno di una caserma dell'Esercito (arma in cui prestava servizio mio padre) e il piazzale dove in genere si parcheggiavano le auto era nel punto più basso della struttura. Vista la situazione, e considerando che sotto la caserma e tutta la via Lagaccio correva il tunnel emissario delle acque del lago (oggi ricoperto) che dà appunto il nome al quartiere, mio padre verso le 14 decise di andare a spostare la macchina, portandola in un punto più alto e mai decisione si rivelò più felice.

Tra le 14 e le 15 la pioggia divenne ancora più violenta, si capiva che la situazione era grave e giungevano notizie che il Bisagno, il torrente che attraversa la zona di Staglieno e dello stadio per poi scorrere sotterraneo fino alla Foce, nella zone Fiera, era sempre più grosso e minaccioso. E poco dopo le 15 accadde infatti l'irreparabile.

Ecco una testimonianza dell'epoca, tratta dal Corriere Mercantile del 9 ottobre: "Subito dopo le 15 ero nei pressi del Ponte di Sant'Agata. Mi sono reso conto che stava per crollare. Ho fermato alcune persone che stavano per attraversarlo e mentre le trattenevo il ponte è precipitato di schianto. Voltandomi, ho visto due donne cadere in acqua, con l'ombrello aperto. Purtroppo per loro non c'era più nulla da fare".
Sempre dal Corriere Mercantile: "Eravamo alle finestre del nostro giornale, quando il Bisagno ha invaso Piazza Verdi (n.d.r. quella di fronte alla Stazione Brignole). In un attimo il panico, siamo scesi in strada impotenti, la piazza è diventata un lago con auto impazzite, gente stupefatta e pervasa dalla paura, salvataggi improvvisi, piccoli attimi di egoismo e di abnegazione. Quando l'acqua si è ritirata davanti alla stazione c'era un maiale morto, un armadio, una macchina da cucire con un lembo di stoffa fermato sotto l'ago. Le auto si erano accavallate, fermandosi in posizioni ridicole, sballottate nella pazzia improvvisa del torrente".

Oltre a tracimare poi il torrente è anche "scoppiato", non più contenuto nel suo condotto sotterraneo, facendo saltare i lastroni nelle Vie Brigata Bisagno e Brigate Partigiane, sotto le quali scorre il condotto stesso. La tragedia non si esaurì a monte della ferrovia, anzi. L'acqua defluì abbastanza rapidamente da Piazza Verdi proprio perché scese verso zone più basse, tanto che in Corso Torino e Via Casaregis e nelle strade che intersecano queste due arterie che scendono al mare parallele tra loro a est del corso sotterraneo del Bisagno, si accumularono fino a 5 metri di acqua e fango, con anche qui auto accatastate in modo assurdo (molte finirono invece in mare verso la Foce).

Via XX Settembre, ampia e trafficata arteria commerciale, porticata nella parte più vicina a Piazza De Ferrari, congiunge appunto in salita Via Cadorna, tra la Piazza Verdi e quella della Vittoria, a Piazza De Ferrari e fu invasa dall'acqua solo nella parte bassa. Un dramma nel dramma, evitabilissimo vista la piega che stavano prendendo gli eventi, avvenne nel sottopasso al quadrivio tra Via XX settembre, Via Cadorna, Via Fiume e Via Brigata Liguria, che nessuno pensò a interdire all'accesso. Quando arrivò l'ondata di acqua e fango il sottopasso fu completamente inondato e diverse persone persero la vita in quella trappola.

Così il cronista de "Il Giorno" descrisse l'arrivo dell'acqua in Via XX settembre: "Mi ero rifugiato in un caffè. La gente commentava l'alluvione di Voltri, avvenuta la notte precedente. A un certo punto si è udito come un coro di voci, un bisbigliare frenetico ad alta voce. Mi sono precipitato fuori e ho visto salire, da Piazza della Vittoria, lungo Via XX settembre, il mare. Una scena incredibile, inverosimile, da fantascienza: galleggiavano auto, pullman, mobili, pezzi di legno. L'acqua era marrone. La gente urlava "E' l'acqua del Bisagno" e tutti fuggivano in su, verso Piazza De Ferrari".

Nel pomeriggio sulle alture di Quezzi, sopra Marassi, cedette un'ala del grande edificio Gescal soprannominato "Il Biscione" per la sua singolare forma (la voce che in quelle ore frenetiche correva per la città era che fosse venuto giù tutto l'edificio, abitato da 900 famiglie!). Fortunatamente questo episodio non provocò vittime, in quanto le 14 famiglie, molte delle quali rifugiate dopo il disastroso crollo di qualche anno prima in Via Digione, poco prima che uno smottamento di terreno alle spalle della costruzione trascinasse via le loro case, avevano lasciato le abitazioni avendo osservato una frana più modesta far scomparire un tratto della strada davanti all'edificio.

Fu dalle 14 alle 15 di quel pomeriggio la precipitazione più intensa. Il Corriere Mercantile pubblicò il 9 ottobre i dati forniti dal prof. Bossolasco, ordinario di Geofisica e Meteorologia dell'Università di Genova, che riferì essere caduti in quell'ora in città 72 mm, sommatisi ai 192 caduti dalle 19 del 7 alle 8 dell'8 e ai 64 scesi dalle 8 alle 14 dell'8. Altri 105 caddero dalle 15 alle 19, portando il totale a 433 mm in 24 ore, cui se ne aggiunsero altri 41 fino alle 8 del mattino seguente, quello del 9 ottobre.

Per meglio comprendere il quadro meteorologico generale ricordo che quell'8 ottobre lo scirocco portò Alghero fino a 32°C, ribaditi poi il giorno 9, quando si toccarono anche i 30° a Roma e Firenze.

Ma torniamo all'ora della pioggia più intensa. Noi, nella nostra casa al Lagaccio, la vivemmo angosciati sia da quanto era già accaduto, ma anche dai possibili rischi che forse non correva casa nostra, rialzata, ma certamente il nostro quartiere, percorso dal condotto emissario del Lagaccio. Con i vicini era tutto un consultarsi, un chiedere "sai com'è il lago?", "reggerà la diga?" e così via. Quello che accadde nel quartiere e anche fuori Genova (quasi tutta la provincia e in parte anche l'alessandrino furono coinvolti dagli eventi alluvionali) sarà l'oggetto del prossimo capitolo.

immagine 2 del capitolo 4 del reportage 35 anni dopo la grande alluvione dimenticata genova 1970 Le isoterme a 850 hPa (circa 1500 metri) erano molto elevate, fino a 18°C sulla Sardegna e a 16°C su gran parte d'Italia, segno delle correnti umide (passando sul Mediterraneo) di scirocco che venivano dall'Africa.

Continua...

Pubblicato da Giovanni Staiano

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